venerdì 22 marzo 2013

A proposito di Educazione affettivo-sessuale

POSTATO dal prof d’italiano:

Ricevo dagli esperti, che hanno appena finito il Percorso di Educazione affettivo-sessuale con i ragazzi delle Terze, questa lettera, con preghiera che vi sia comunicata. Leggetela!

Azienda U.L.S.S. n.9 – Direzione Servizi Sociali
Progetto “Educare alla Sessualità”
Area Infanzia, Minori e Famiglia – Consultori Familiari
Ai ragazzi e alle ragazze delle classi 3^

Dopo esserci lasciati nell’ultimo incontro con i versi della poesia “Il cuore che ride” e con i vostri post-it, eccoci qui a ricordare come è andata…
Siamo stati insieme per tre intense mattinate, nel corso delle quali ci siamo confrontati sui temi della sessualità attraverso l’arte e la bellezza, condividendo pensieri, emozioni, riflessioni, ma anche paure, ansie, preoccupazioni, in un percorso che abbiamo voluto proporvi come ricerca, scoperta, conoscenza, intuendo la vostra voglia di sapere, di mettervi in gioco, di essere protagonisti del film della vostra vita. E proprio il cinema ci ha permesso di entrare negli argomenti, insieme alle poesie che ne hanno introdotto di volta in volta la visione.
Abbiamo creduto in voi ragazzi, e avete dimostrato di “esserci” con la consapevolezza che parlare di sesso si può e si deve, ma con gli strumenti giusti, con un linguaggio adeguato, con serenità e serietà, e pronti ad accogliere le parole di adulti autorevoli in grado di fornirvi le informazioni corrette e indirizzarvi dove c’è chi si occupa di voi con dedizione e professionalità.
A PROPOSITO DEI GIOVANI PROTAGONISTI DEI NOSTRI FILM …
Martino e Silvia, Channe, Billy, Francis e Keith, Leo, Sara, Alì … Li citiamo per nome perché fanno parte di film che parlano di persone “vere” e non fatte con lo stampino, perché rifiutiamo l’idea che i giovani siano considerati soltanto “consumatori”, “spettatori”, “fan”, come vorrebbe questa nostra società dell’apparire, dove persino i sentimenti vengono strumentalizzati dalla pubblicità e da alcuni programmi televisivi superficiali e stereotipati. Il cinema d’autore ci permette invece di restituire ai personaggi la loro unicità di esseri umani, di delinearli attraverso la forza di volontà con la quale affrontano la vita e il mondo e sanno poi compiere le loro scelte. Vi abbiamo voluto mostrare dei film forse difficili, senz’altro complessi, perché ci siamo fidati di voi, della vostra libertà di pensiero e di giudizio, e perché non volevamo che la serietà degli argomenti venisse banalizzata, così come spesso purtroppo accade in altri contesti.
A PROPOSITO DELLA SESSUALITA’
Nella prima mattinata abbiamo parlato delle funzioni della sessualità, del corpo e delle sensazioni, del vivere le esperienze, partendo dalla visione di “L’estate di Martino”, protagonista un ragazzo della vostra età, che sullo sfondo dello splendido mare della sua Puglia, sperimenta una nuova consapevolezza di sé, l’amicizia e la fiducia negli adulti e la scoperta dell’amore.
Il percorso dell’identità, essere maschi e femmine, fra parità e differenze, gli aspetti positivi e negativi degli stereotipi sessuali, la scoperta del proprio orientamento sessuale, sono stati i temi della seconda mattinata, scaturiti dalle vicende dei fratelli Channe e Billy, che conosciamo bambini e lasciamo adolescenti, e dell’eccentrico Francis in “La figlia di un soldato non piange mai”. Un film denso anche di altri temi, relativi al proprio progetto di vita e alle scelte, come quella di poter vivere la sessualità in maniera consapevole, con la testa, che sono stati ripresi poi nel terzo incontro, concluso con la visione di “Diari”, realistico e delicato spaccato generazionale contemporaneo, dove i giovani protagonisti s’impegnano a portare avanti i propri interessi, desideri, passioni e aspirazioni con determinazione e tenacia, nel cui raggiungimento abbiamo voluto che ciascuno di voi si identificasse.
Ogni adolescente ha il bisogno e il diritto di sapere, di essere informato, di proteggersi. Per questo vi abbiamo consegnato degli strumenti che speriamo possano orientare al meglio le vostre scelte, ricordandovi che avete a disposizione dei luoghi specifici dove poter essere accolti, ascoltati e aiutati, per non mettere a rischio la vostra salute e quella degli altri, la vostra vita e il vostro futuro.
Mettetecela tutta, abbiate cura di voi, coltivate i vostri sogni, volate alto, noi siamo con voi !
Teresa, Valerio, Nicoletta e Lucia

Quanto latino conosci?

POSTATO dal prof d’italiano:

Il post precedente mi ha fatto venire un’idea: chiunque voglia, aggiunga in questo post un’espressione latina che conosce. Procedimento da seguire: entrare nel post, scegliere modifica, aggiungere l’espressione continuando l’elenco che inizio io, scrivere tra parentesi quadra il proprio nome. Un + a ognuno che interverrà.


1- HABEMUS PAPAM = letteralmente ABBIAMO IL PAPA; espressione che viene annunciata al balcone di San Pietro, ogni qualvolta viene eletto un nuovo papa. [il prof d’italiano]

2- DEUS EX MACHINA = letteralmente IL DIO DA UNA MACCHINA; nell’antico teatro greco classico, l’apparizione sulla scena delle divinità, che veniva realizzata mediante un apposito meccanismo e che di solito costituiva l’elemento risolutore della tragedia. Oggi questa espressione viene comunemente usata per indicare una circostanza o una persona che inaspettatamente interviene a risolvere una situazione difficile o è l’artefice del buon andamento di qualcosa. [il prof d’italiano]

3- VERBA VOLANT, SCRIPTA MANENT [Giovanni]

4- DOCTUM DOCES = letteralmente INSEGNI A CHI GIA' SA [Giovanni]

5- OCULUM PRO OCULO, ET DENTEM PRO DENTE = letteralmente OCCHIO PER OCCHIO, DENTE PER DENTE [Giovanni]

6- URBI ET ORBI = letteralmente ALL'URBE E ALL'ORBE, cioè "Alla città di Roma e al mondo intero"; è la benedizione che fa il papa in certe occasioni. (Sofia)

7- DULCIS IN FUNDO: il dolce (andrebbe mangiato) alla fine. (Sofia)

8- COGITO, ERGO SUM :  penso, dunque sono. (Sofia)

9- AB URBE CONDITA : dalla fondazione di Roma [Jacopo]

10- AD OCH : per questo [Jacopo]

11- CARPE DIEM : cogli l'attimo [Jacopo]

12- CAVE CANEM : attenti al cane [Jacopo]

13- CASUS BELLI : caso di guerra [Jacopo]

14- CASTIGAT RIDENDO MORES : corregge i costumi deridendoli [Jacopo]

15- CURRICULUM VITAE : carriera di vita [Jacopo]


16- DURA LEX SED LEX : la legge è dura ma è legge [Jacopo]

17- ERRARE HUMANUM EST : errare è umano [Jacopo]

18- IN MEDIO STAT VIRTUS : la virtù sta nel mezzo [Jacopo]

19- PER ASPERA AD ASPERA : attraverso le asperità alle stelle [Jacopo]

20- TU QUOQUE, FILI! : anche tu oh figlio! [Jacopo]

21- VENI, VIDI, VICI : venni, vidi, vinsi [Jacopo]

22- IN VINO VERITAS : nel vino sta la verità [Jacopo]

23- REPETITA IUVANT : le cose ripetute giovano [Jacopo]

24-FATE VOBIS : fate voi! (Gianluca).

25-ALEA IACTA EST : il dado è tratto! (decisione irrevocabile da cui non si torna più indietro) (Gianluca).

26-FACTA NON VERBA : (fatti non parole) (Gianluca).

27-RISUS ABUNDAT IN ORE STULTORUM : (il riso abbonda sulla bocca degli stolti)  (Gianluca).

28-PANEM ET CIRCENSES : (pane e giochi del circo, critica verso i soli due unici interessi: mangiare e divertirsi). ( Gianluca).

29-INTER NOS : (fra di noi) (è una cosa nostra)  (Gianluca).

A che cosa serve il latino?

POSTATO dal prof d’italiano:

Nei giorni scorsi su la Repubblica si è svolto un piccolo dibattito sull’importanza di studiare il latino nei licei. Il caso è iniziato con una lettera di un papà (pubblicata il 16 marzo 2013), cui è seguito un articolo (18 marzo), al quale ha risposto un professore con una lettera (20 marzo) e un intervento di Corrado Augias. Il tutto è, a mio avviso, molto interessante e non solo per chi a settembre incomincerà a frequentare un liceo in cui si studi il latino.

1- LA LETTERA di Giuseppe Chiassarini

Mentre accompagnavo mio figlio a scuola, mi dice: «Oggi esco prima, manca latino». Gli dico: «Poco male, è latino, è la materia con il numero massimo di ore». Lui mi risponde: «Sì, ma è cultura». Scopro che tutto sommato mio figlio apprezza il latino e mi prende una grande tristezza e anche una certa rabbia. La classe politica che per decenni ha lasciato che tanti nostri figli impegnasseo molte energie per imparare una lingua morta, e, peggio, che ha inculcato in loro l’idea che questa lingua morta fosse importante, è una classe politica a sua volta morta.

2- L’ARTICOLO di Stefano Bartezzaghi
Il ragazzo ama il latino (ed è subito polemica)
«Il latino non serve».
Ad affermarlo non è stato Papa Francesco, giovedì scorso, quando ha deciso di pronunciare in italiano la sua prima omelia (Ratzinger l'aveva tenuta in latino, e aveva detto messa voltato verso l'altare). La recisa opinione è stata invece espressa lo scorso sabato, in una lettera che il lettore Giuseppe Chiassarini ha inviato a Repubblica.
Il figlio non aveva avuto le ore di latino previste per quel giorno, e se ne era dispiaciuto perché il «latino è cultura». Il padre si è dichiarato preda di «una grande tristezza e anche di una certa rabbia. La classe politica che per decenni ha lasciato che tanti nostri figli impegnassero molte energie per imparare una lingua morta e, peggio, che ha inculcato in loro l'idea che questa lingua morta fosse importante, è una classe politica a sua volta morta». Certamente la pensa diversamente Giovanna Chirri, la giornalista dell'Ansa che unica fra i colleghi ha capito subito cosa stesse succedendo quando Benedetto XVI annunciava, in latino, le proprie dimissioni. Chirri è diventata una specie di star internazionale e alla Bbc si chiedono quanto morta sia una lingua in cui vengono ancora pronunciate parole capaci di cambiare la storia. Procura intanto un certo compiacimento appurare come nel corso di una sola generazione (nel senso proprio della parola) le parti si siano rovesciate. Ancora negli anni Settanta, quando si può presumere che l'autore della lettera fosse lui in età scolare o pochi anni prima, il latino si studiava anche alle scuole medie inferiori: obbligatorio al secondo anno, facoltativo al terzo, per chi non prevedeva di andare al liceo. I neotredicenni passavano l'estate intermedia fra i due anni scolastici a cercare di convincere i genitori che il latino è una lingua morta e non serve. I genitori ribattevano con argomenti che oggi si rileggono nelle molte lettere di risposta a Chiassarini giunte già lo stesso sabato alla redazione di Repubblica: che il latino è «la base di tutto», che dà la «forma mentis», che permette di intuire le etimologie e che il nostro italiano non è che un suo dialetto, assieme alle lingue consorelle.
Tutte cose sacrosante; tutti argomenti remotissimi dall'orizzonte di un ragazzo di dodici anni. Solo pochi genitori scaltri sorprendevano i figli dicendo loro: «Hai ragione, il latino non serve assolutamente a nulla. Però è bellissimo».
A quell'epoca, peraltro, si era ben lontani dall'attuale società, che mangia pane e inglese, googleggia a manetta, viaggia alla velocità delle fibre ottiche e tutto il resto: ai ragazzi non restava che rinunciare al loro primo serio tentativo di opposizione ai vincoli scolastici, e rassegnarsi a godere delle dubbie gioie della perifrastica attiva e passiva. Cosa ha potuto produrre questa inversione dei punti di vista? C'è purtroppo da immaginare che, in realtà, il Chiassarini giovane abbia espresso opinioni non condivise da troppi suoi coetanei (molti e sentiti complimenti alla sua professoressa o professore). Ma quello che rende volgare (in senso tecnico) la contrapposta opinione del padre non è l'avere tenuto in poca considerazione la residua utilità del latino: è proprio la concezione delle materie scolastiche come strumenti utilitari, un'attrezzeria tecnica che a scuola ci viene consegnata perché «ci servirà» nella vita.
L'inglesuccio che serve a usare il computer lo si impara facilmente usando appunto il computer; il latino si può imparare solo a scuola e morirà davvero solo il giorno in cui nessuna scuola lo insegnerà più. L'idea di quantificarne l'utilità è gemella all'idea di depurare i bilanci pubblici dagli investimenti per la cultura e dal sostegno a tutte quelle attività che l'economo considera improduttive e «senza ritorno». Certo, che non c'è ritorno! La cultura è infatti un viaggio di sola andata; l'unico modo per tornare indietro è abrogarla.
Un giorno un commissario leggerà i programmi scolastici con un paio di affilate forbici: quella sera a essere fatto a coriandoli non sarà il solo latino.
La storia, non è forse "morta" per sua stessa definizione? E la filosofia? E a cosa serve la matematica, a un futuro avvocato o ortopedico? A cosa servono le lezioni di inglese, quando si sa che l'inglese lo si impara solo sul posto? La verità è che la scuola non è utile né inutile: è autile, un'industria no-profit (la pubblica) di trasmissione del sapere in cui comunità di due generazioni diverse si scambiano insegnamenti e aggiornamenti su cosa implichi e cosa significhi essere italiani oggi. Che la scuola sia in crisi lo dimostrano i risultati elettorali, il tono e la logica del dibattito pubblico, la carenza di sentimento nazionale, la diffusione epidemica di quella malattia dell'intelligenza che si chiama furbizia.
Essere italiani oggi significa anche (e tristemente) legare immediatamente ogni scontentezza a responsabilità della «classe politica che per decenni» eccetera. Il nesso che il lettore trova fra il latino come «lingua morta» e «la classe politica a sua volta morta» non può che ricordare Beppe Grillo e il linguaggio del Movimento Cinque Stelle. È infatti Grillo ad avere introdotto la categoria terminale della "morte" nello scontro politico, riprendendo peraltro l'immagine degli zombie da maestri dell'antipolitica come Umberto Bossi e il Francesco Cossiga delle esternazioni. Il furore contro il passato non ha nulla a che vedere con alcun tentativo di miglioramento del presente. Se il futuro sarà migliore del presente, a renderlo tale forse non sarà qualcuno che ha studiato latino, ma certamente sarà qualcuno che a scuola ha trovato ragioni di amore verso lo studio.
Perché l'amore per lo studio, quello non passa: e serve, eccome se serve.
Visto che a buttarla in politica è stato il lettore, corre l'obbligo di ricordare che Silvio Berlusconi ha sempre formato i suoi attivisti (quelli del marketing delle sue aziende, ancor prima di quelli politici) dando loro un'istruzione fondamentale: «l'italiano di ogni età, il nostro potenziale cliente è uno scolaro delle medie inferiori, e non siede neppure nei primi banchi». Ecco. Suo figlio, signor Chiassarini, anche grazie al suo latinorum si avvia a uscire dall'incantamento di un'ideologia semplice e più attraente del Paese dei Balocchi, che esorta a odiare la noia, l'insofferenza, l'indignazione spicciola, l'egoismo totalitario, l'attenzione esclusiva per il proprio tornaconto, l'intolleranza verso ogni ostacolo che impedisce il soddisfacimento immediato delle proprie pulsioni. Le dispiace così tanto? Oggi Grillo ha problemi di quorum, Berlusconi invoca la legittima suspicione, esistono studenti dodicenni che amano studiare. Morti non siamo: tutt'altro.

3- LA LETTERA del professor Giovanni Tesio

Caro Augias, leggo su "la Repubblica" l'articolo di Bartezzaghi sul latino e ricordo la posizione aperta di un maestro come Arturo Graf che fin dall'inizio del Novecento riservava il latino alla sola conoscenza di chi volesse farne materia di studio specialistico, mentre proponeva che si studiasse una lingua moderna. Vecchie questioni che sarà forse il tempo a risolvere. Ma a me sembra che la questione del latino un'altra ne copra: il disinteresse sempre più marcato per la complessità filosofica e letteraria. Anzi più letteraria che filosofica. La letteratura (italiana) interessa ormai solo più gli addetti. Se ne fa un commercio spesso immondo e la si tratta come puro intrattenimento (che non demonizzo come tale), mentre la letteratura - anche rispetto alla filosofia - è davvero il luogo della complessità: intellettuale, emotiva, civile, morale. La questione del latino - se così la si guarda - non diventa, mi pare, che la costola eletta di una ben più vasta e complessiva questione. Professor Giovanni Tesio - giovannitesio@tiscali.it
LA RISPOSTA DI CORRADO AUGIAS:
Il signor Chiassarini che ha suscitato l'ennesimo putiferio sul latino, non è stato coerente fino in fondo. Ha sgridato suo figlio che ama il latino dicendogli che non serve a niente. Non ha pensato che quasi nulla di ciò che s'insegna in un liceo serve a qualcosa. Nel senso di un'immediata capacità dalla quale ricavare reddito. Per questo ci sono le scuole professionali dove s'impara a muovere le mani, o la mente, per esercitare un mestiere appena al di là del diploma. Il signor Chiassarini dovrebbe quindi togliere il ragazzo dal liceo (ammesso che ci riesca) spingendolo a imparare qualcosa da utilizzare subito sul mercato del lavoro. La verità è che si vorrebbe il prestigio del liceo, magari classico, risparmiandosi però la fatica di apprendimenti complessi qual è quello del latino. Qui s'innesta il problema sollevato dal professor Giovanni Tesio. Il rifiuto del latino nasconde a volte semplicemente il rifiuto della complessità esteso, in molti casi, perfino agli studi universitari. Ha ragione il lettore quando dice che la letteratura (sommamente inutile nell'ottica di Chiassarini) prestandosi a diversi livelli di analisi è un concentrato di complessità. Si parla molto di Philip Roth in questi giorni. Basta pensare ad esempio al grande spessore di un capolavoro come "Pastorale americana"; oppure, altro esempio, ai molteplici significati (dall'uso della lingua alla storia politica) di un altro capolavoro "Storia di amore e di tenebra" di Amos Oz. Gli esempi sarebbero centinaia, ovviamente. La scelta dunque è, come si suol dire, a monte; non riguarda solo il latino, coinvolge domande di fondo del tipo: che cosa voglio aver imparato quando avrò 18 anni? Aiuterebbe una certa chiarezza di idee. Genitori soprattutto.



La quinoa

POSTATO dal prof d’italiano:

Ultimamente ho (abbiamo) un po’ trascurato il nostro blog; colpa del poco tempo e delle tante cose da fare. Cerchiamo di recuperare un po’, con alcuni articoli che ho messo da parte, incominciando con questo che io ho trovato curioso, perché parla di una cosa che non conoscevo affatto: la quinoa.
L’articolo è apparso su la Repubblica il 15 marzo 2013. Lo dedico in particolare a Davide, a cui potrebbe tornare utile per gli esami orali.

piante di quinoa

Tutti pazzi per la quinoa
grano d'oro delle Ande
di Silvia Bernasconi

Il cibo del futuro ha una storia millenaria.
La quinoa (o quinua), cresce sugli altopiani andini da settemila anni. Ma i fan del bio l'hanno scoperta solo ora: questo piccolo seme tondo è nutriente, senza grassi né glutine. Un mix di qualità che lo rende il pasto ideale di salutisti e maniaci della dieta. Ma anche per l'Onu, che l'ha dichiarata pianta dell'anno per le sue proprietà nutritive e che della quinoa vuole fare un antidoto alla fame del mondo. Gli Inca la consideravano sacra.
Per noi oggi è preziosa per la salute. E va a ruba. Tanto che gli indigeni, che ancora oggi la chiamano "chisiya mama", in qechua "la madre di tutti i semi", a causa dell'impennarsi dei prezzi non se la possono più permettere. Il nuovo oro degli Inca ha la forma di un piccolo cece, a seconda delle varianti rosso, nero o perlato. La pianta ha steli superbi, simili a spighe, rossi e gialli, una meraviglia a vedersi.
Ma non chiamatelo cereale.
Anche se l'utilizzo è simile, tanto da essere considerato uno pseudo-cereale, la quinoa appartiene alla famiglia delle Chenopodiaceae, la stessa di spinaci e barbabietole. Altamente nutritiva, ricca di proteine vegetali, amminoacidi e fibre, ha grassi "buoni", quelli insaturi.
Contiene più fosforo, potassio, magnesio, ferro e calcio rispetto alla maggior parte dei cereali. Senza glutine, è adatta anche ai celiaci. I semi si possono utilizzare per zuppe o insalate, la farina come base per quasi tutto. Così la quinoa è entrata nell'olimpo dei supercibi. Per secoli è rimasta confinata sulle Ande, tra Bolivia e Perù, snobbata dai connazionali di città che la declassavano ad alimento semplice, da poveri di campagna. Adesso è all'ultima moda, consigliata dai nutrizionisti, corteggiata dagli chef, si impone nei blog di mangiar sano, fa capolino sugli scaffali di alimenti bio. Persino la Nasa la ritiene adatta ai propri astronauti. E l'Onu, dichiarando il 2013 Anno internazionale della quinoa, confida possa aiutare a sconfiggere la malnutrizione e la fame nel mondo.
«È la sola pianta alimentare con tutti gli amminoacidi essenziali, micronutrienti e vitamine che si adatta a climi e ambienti differenti. Resistente alla siccità, cresce a 4mila metri, con escursioni termiche da -8 a 38 gradi», ha spiegato il direttore generale della Fao José Graziano da Silva. «Offre una fonte di cibo alternativa per i Paesi che soffrono d'insicurezza alimentare». E secondo studi della Fao potrebbe essere coltivata sull'Himalaya come nel Sahel o in altre zone aride del pianeta.
Il primo produttore al mondo di quinoa è la Bolivia. Qui ne cresce il 46 percento, compresa la specie più pregiata, la quinoa real, intorno a Uyuni e Coipasa a quasi 4mila metri d'altezza. Segue il Perù col 30 percento.
Ma tentativi di coltivazioni si stanno facendo in altri Paesi, dagli Stati Uniti all'Asia passando per Europa e Africa. Secondo l'Anapqui, l'Associazione boliviana dei produttori, negli ultimi cinque anni la superficie coltivata è cresciuta del 23 percento. Le esportazioni nel 2009 hanno superato le 14mila tonnellate, con un giro d'affari di 43 milioni di dollari.
Come in una moderna corsa all'oro, molti indios che erano andati via in cerca di lavoro tornano nei villaggi di origine, i coltivatori fanno buoni affari.
Con l'impennata delle esportazioni e le richieste in aumento, però, sono cresciuti anche i prezzi, triplicati in pochi anni. E quello che è sempre stato un alimento base della cucina andina sta diventando inaccessibile proprio ai boliviani, costretti a ripiegare su alimenti più economici e meno sani. La quinoa inoltre sta scalzando altre coltivazioni locali, le piccole produzioni si trasformano in coltivazioni intensive, compaiono trattori e prodotti chimici, con rischi per l'ambiente e per le comunità locali. Sopravvissuto per millenni, il "grano d'oro" delle Ande fatica ora a fronteggiare l'assalto dei salutisti.

Bolivia: raccoglitrice di quinoa

Semi di quinoa