giovedì 25 aprile 2013

Che cosa farò da grande?

POSTATO dal prof d’italiano:

A proposito dell’ultimo tema e di ciò che avete (alcuni soltanto) scritto su quel che vorreste fare da grandi, leggete questo articolo, pubblicato da la Repubblica il 24 aprile 2013. Leggetelo anche se è un po’ una stupidata ed è pure scritto maluccio; mi sa che Corrado Zunino a scuola non andava tanto bene!

“Da grande farò il pilota o lo scienziato”
ma solo uno su dieci realizza i suoi sogni
di Corrado Zunino


Francesco Totti da bambino sognava di fare il benzinaio. Dall’auto del padre ferma al distributore vedeva quei portafogli gonfi di biglietti da diecimila lire e immaginava di guadagnare così, così tanto, da grande. Da adulto Totti guadagna 8,6 milioni l’anno (lordi), ma non ha fatto il mestiere sognato da bimbo: è un calciatore. “I lavori da sogno” li ha scandagliati LinkedIn, il più grande network professionale del mondo (200 milioni di membri, quattro milioni in Italia), contattando novemila professionisti in venti nazioni (tra cui l’Italia). LinkedIn ha scoperto che una persona su dieci (il 10,5%) nel nostro paese ha fatto suo il lavoro che sognava da piccolo. Non sono pochi, viste le difficoltà della vita e le difficoltà del lavoro italiano. Il 55.7% degli intervistati, invece, ha cambiato percorso, il resto ha trovato una mediazione tra sogno e realtà. A sentire i professionisti di LinkedIn, la mediazione è stata comunque al rialzo: a sette su dieci piace la professione che esercita.
Gli italiani da bambini volevano fare l’ingegnere. I maschi, soprattutto. E poi lo scienziato, il medico, l’insegnante. Il pilota d’aereo (e di elicottero), il calciatore, l’olimpionico. Le fanciulle, molte, volevano fare le scrittrici, le giornaliste e le romanziere. Eccone una: «Volevo diventare insegnante di asilo, cantante, arredatrice di interni, proprietaria di un negozio di cartoleria e articoli da regalo. Avevo una scelta ampia, sono impiegata da un commercialista e va beh». La mediazione, si diceva: «Io sognavo di fare la veterinaria, ora sono un’infermiera, un lavoro bellissimo che mi regala ogni giorno un bagaglio culturale ed emozionale davvero ampi». Il sei per cento delle bimbe voleva essere una stilista. «Alle elementari ho capito che con le mie mani non sarei andata avanti, però mi sarebbe piaciuto tanto. Sono un’impiegata, forse andrò con un’amica a vestire le modelle nel backstage delle sfilate». Da piccola «sognavo di ballare e ancora oggi mi piace, diventerò un magistrato o un avvocato». No, «non faccio il lavoro dei miei sogni, ma mi piacerebbe diventare maestra di una scuola d’infanzia», ancora. C’è chi voleva fare il vigile del fuoco e oggi si occupa di progettazione antincendio: «Sono finalmente felice, anche se prima guadagnavo di più». E chi, sempre donna, ora casalinga, dice: «A me piaceva, piace e piacerà sempre indossare una divisa, non ci sono riuscita, o meglio non ci ho provato, per non dispiacere prima a mia madre e adesso al mio quasi marito».
Gli uomini da bambini sono più scientifici, le donne già pensano in modo creativo. L’aspirante creatrice di cartoni giapponesi ricorda: «Disegnavo da mattino a sera come una pazza, ci speravo veramente e ci credevo. È stato orribile quando mi hanno fatto capire che era meglio puntare ad altro, che non ci sarei mai arrivata. Ero solo una bambina e già vedevo i miei sogni andare in frantumi». C’è chi voleva fare il becchino, per prendersi cura «di tutte le persone a me care e dargli una degna sepoltura». Chi l’idraulico, «dopo aver visto il film di Supermario perché mi sembrava molto fico». Chi il ladro brigante che vive nei boschi. Chi a nove anni sognava da calciatore e a quindici, poi, voleva diventare grecista. C’è chi gli si è spento l’estro per la pittura alle scuole medie.
Gli executive di LinkedIn, le cui azioni oggi valgono alla Borsa di New York 185 dollari, sostengono: «Continuare a coltivare la stessa passione che avevamo da bambini è essenziale per il successo personale e professionale, in particolare in un periodo di incertezza economica».



martedì 2 aprile 2013

Mi sono crozzizzato!

POSTATO  dal prof d'italiano:

Qualcuno mi ha fatto notare che nell'incipit del post precedente ho fatto qualche errore ortografico. Il fatto è che...

Analfabetismo di ritorno

POSTATTO dal proff d’itagliano:

Arghomento preocuppante, quelo di kuesti harticoli publicatti sulla republica il 29 marso 2013. Legetelo!


I nuovi analfabeti
Di Simonetta Fiori
Finita la scuola, le competenze tendono a diminuire. E l'analfabetismo di ritorno minaccia di inghiottire le leve più giovani. Lo zoccolo nel Mezzogiorno, ma le inchieste dicono che gli illetterati si annidano anche tra i piccoli imprenditori del Nord, complice la tecnologia che aiuta a nascondere enormi lacune.
È esagerato sostenere che siamo un popolo di analfabeti? Immaginiamo di essere convocati da un'équipe di studiosi, davanti a noi un questionario da compilare sotto lo sguardo vigile degli esaminatori.
Livello uno. La prima domanda riguarda un certo farmaco: per quanti giorni al massimo è possibile assumerlo? Il foglio riproduce l'etichetta del medicinale, che indica con esattezza il numero dei giorni. Non ci sono altre informazioni: solo il numero dei giorni, niente altro.
Livello due. Questa volta bisogna scrivere che cosa accade a una pianta ornamentale se viene esposta a una temperatura minima di 14 gradi o meno. Basta leggere un brevissimo articolo, sotto il capitoletto Come curarla: «Se la pianta è esposta a temperature di 12°-14° perde le foglie e non fiorisce più». L'informazione è chiara, con la sola differenza - rispetto al livello uno - che è preceduta da un'altra notizia sulla pianta.
Livello tre. C'è una pagina di un manuale di biciclette e viene chiesto cosa si deve fare perché il sellino sia nella posizione giusta. La risposta è contenuta in un paragrafo intitolato Messa a punto della bicicletta. Non è la sola informazione contenuta nella pagina. In sostanza, si tratta di farsi largo tra quattro o cinque informazioni diverse e scegliere quella giusta.
Questi sono i test di« prose literacy» predisposti dall'inchiesta All (Adult Literacy and Life Skills), un progetto di ricerca internazionale che ha sondato le competenze degli adulti tra i 16 a i 65 anni in sette paesi: Bermuda, Canada, Italia, Norvegia, Svizzera, Usa e Messico (2003-2005). Gli esiti dei questionari nel nostro paese? Solo il 20 per cento di italiani è in grado di superare il terzo livello, ossia mostra competenze sufficientemente sicure. Per il resto, il 5 per cento della popolazione non sa rispondere alla domanda sul farmaco, ossia non supera le prove minime di competenza. Quasi la metà degli italiani si smarrisce davanti alla pianta ornamentale, mostrando una competenza alfabetica molto modesta, «al limite dell'analfabetismo», recita il rapporto All. E il 33 per cento non è capace di sistemare il sellino della bicicletta, ossia denuncia «un possesso della lingua molto limitato». E le cose non vanno meglio nell'esecuzione dei calcoli matematici e nella lettura di grafici o tabelle: anche in quest'ambito l'80 per cento degli italiani fa molta fatica. Siamo un popolo di illetterati, che però non sa di esserlo. E forse non vuole neppure saperlo.
L'analfabeta del nuovo secolo mostra caratteristiche assai diverse dal più malmesso progenitore, che non sapeva leggere né scrivere. La versione più aggiornata può vantare una pur minima scolarizzazione - talvolta anche molto più che minima - che però è andata polverizzandosi nel tempo, spazzata via da crescenti difficoltà nella comprensione di un testo elementare o nella più semplice delle operazioni. Ma se un tempo l'analfabeta assoluto era disposto anche ad uccidere pur di nascondere la sua vergognosa condizione, l'illetterato contemporaneo galleggia nella totale incoscienza, includendo nel proprio status categorie sociali al di sopra di ogni sospetto, anche felicemente confortate da buoni redditi. Un'illusione di civiltà destinata tra poco a essere infranta dall'Ocse, che renderà pubblica in ottobre la grande inchiesta internazionale sull'Italia (per la prima volta inclusa la popolazione immigrata) e altri ventiquattro paesi, tra Europa e America, Asia e Australia.
Le anticipazioni certo non rallegrano. L'indagine pilota promossa da Piaac-Ocse conferma l'alto tasso di illetteralismo italiano- più o meno i recenti dati All riportati sopra - ma con un nuovo rischio rispetto al passato, ossia la minaccia che il fenomeno possa drammaticamente contagiare le nuove generazioni. Il rapporto reso ora pubblico dall'Isfol - realizzato tra aprile e giugno 2010 e con un valore ancora parziale - ci dice in sostanza che, oltre al tradizionale serbatoio di pensionati e casalinghe (attenzione: non vecchietti e vecchiette, visto che il target va dai 16 ai 65 anni), la fascia più vulnerabile è quella che include i disoccupati dai 26 ai 35 anni. Finita la scuola, le competenze tendono a diminuire, specie quando non vengono avviati nuovi processi di apprendimento legati al lavoro. E l'analfabetismo di ritorno minaccia di inghiottire le leve più giovani, proprio quelle a cui è affidato il futuro del paese.
Ma chi sono gli illetterati italiani? E dove si concentrano? Lo zoccolo duro coinvolge le fasce anagraficamente più elevate, distribuito soprattutto nel Mezzogiorno e nelle isole, nei piccoli centri più che nelle grandi città. Ma le inchieste condotte da Vittoria Gallina - la studiosa che con pazienza certosina da oltre dieci anni monitorizza il popolo italiano- ci dicono che gli analfabeti di ritorno si annidano anche tra i piccoli imprenditori del Nord Italia, in Lombardia più che in Piemonte. E se la Campania è certo più in basso rispetto alla media nazionale, l'operosa Padania non si innalza più di tanto dalle cifre della vergogna italiana, che nelle zone industrializzate si concentra tra disoccupati e operai con le mansioni più basse ma non esclude i padroncini di aziende con qualche dipendente.
Anche un'inchiesta del Cede di qualche anno fa disegnava il profilo dell'analfabeta benestante, con un reddito personale superiore a 40 mila euro e proprietà di famiglia oltre i 140 mila. Persone che vivono come una minaccia l'invito allo studio perché non ne avvertono la necessità. Una tendenza che viene favorita dalla tecnologia, soccorrevole nel colmare - e dunque nel nascondere - le enormi lacune degli italiani somari. Non siamo più in grado di leggere una mappa stradale o di fare un calcolo? Navigatore e calcolatrice sono lì per aiutarci. «Il benessere economico ti risolve ogni problema», sintetizza Arturo Marcello Allega, autore del documentato saggio Analfabetismo. Il punto di non ritorno (Herald Editore). «Se devo far dei conti, vado dal commercialista. Se devo evadere il fisco, mi consulto con il mio notaio. E per i documenti mi rivolgo a un'agenzia di servizi. Questo è il nuovo modello di adulto e di felicità». Che si realizza però quando il reddito lo consente. E l'illetteralismo - ci aggiornano i sondaggi ai tempi della crisi - è un impedimento gravissimo, non più tollerato da una società complessa.
Il nuovo analfabetismo «funzionale» ci riporta a quel 70 per cento di analfabetismo assoluto che segnò il principio della nostra storia nazionale, miracolosamente battuto nell'arco di un secolo e mezzo. Un trionfale grafico dell'Istat disegna il crollo dai livelli altissimi del 1861 - 80 per cento per le donne, 70 per cento per gli uomini - all'attuale uno per cento. Sembra definitivamente archiviata l'immagine del contadino che firma tracciando una croce. «Ma è molto difficile che un vero analfabeta ammetta di esserlo», obietta la professoressa Gallina, propensa a contenere gli entusiasmi. «Più verosimile che tenda a nasconderlo, affidando ad altri la compilazione del questionario». La letteratura gialla è ricchissima di omicidi perpetrati da analfabeti disposti a tutto pur di celare la propria condizione. Qualche anno fa il linguista Massimo Vedovelli si prese la briga di catalogarli e nella gran parte della storie - da Ruth Rendell a Bernard Schlink - l'analfabetismo assurge a generatore di morte, non solo e non tanto individuale ma del sistema sociale.
Quello di nuovo conio è invece socialmente accettato, anche perché protetto dall'inconsapevolezza. Chi è analfabeta di ritorno, in altre parole, ne è serenamente ignaro, condividendo la sua condizione con l'80 per cento della popolazione. Un'emergenza alfabetica causata anche dalla limitatezza della scolarizzazione in Italia: nel 2002, il 63 per cento con più di 15 anni aveva ancora al massimo la licenza media. È questo il dato che trasforma in patologia un fenomeno regressivo comune alla quasi totalità dei paesi avanzati. A ricordarcelo è Tullio De Mauro, lo studioso che più di tutti ha fatto della battaglia all'analfabetismo una missione civile e culturale. «Nel nostro paese», denuncia sulla rivista Il Mulino, «ai residui massicci di mancata scolarità si sommano fenomeni di de-alfabetizzazione propri delle società ricche». La sua sintesi induce allo sconforto. «Solo una percentuale bassissima di italiani è in grado di orientarsi nella società contemporanea, nella vita della società contemporanea, non nei suoi problemi». Un grave deficit che è anche un limite nell'esercizio di cittadinanza, e dunque un temibile avversario per la democrazia, inspiegabilmente ignorato dalle nostre classi dirigenti. Quando non viene cavalcato con lucido discernimento. Naturalmente c'è anche chi sta peggio di noi, ma per trovarlo bisogna volare in Centro America. È lo Stato di Nuevo León, in Messico.
Noi e loro, gli ultimi della classe.


COSÌ SI È RISTRETTO IL VOCABOLARIO
Di Mariapia Veladiano
È la lingua del mercato. Mi piace, non mi piace. Voglio, non voglio. Compro, non compro. Stupendo, orrendo. Santo, delinquente. Italiano, straniero. Fascista, comunista. Amico, nemico. Noi, loro. Semplificata, poche parole, scalpellate e puntute, da tirarsi in testa all'occorrenza. Poche idee. Scalpellate anche loro. Niente sfumature, solo quelle di grigio, rosso o nero, all'occorrenza. Chi insegna conosce bene questa lingua. La trova nei temi e nei saggi brevi, che dovrebbero argomentare e invece hanno la protervia (superbia insolente, arroganza ostinata, sfrontata, petulante, scrive il dizionario Treccani) di un oracolo a fine carriera. È fatta di frasi brevi, assertive. Parole pochissime, come fendenti. Gonfie, retoriche, slogan. Si spiega con rigore che la propria tesi va sostenuta con parole il più possibile chiare e condivise, che la tesi contraria ci deve essere sempre presente, perché qualche elemento di ragione ha da avere con sé e comunque si deve essere pronti a confutarla. Si ricorda che è un'arte il pensare, come il parlare. E invece. La lingua che la maggior parte di noi conosce e usa quasi non ci permette di capire il necessario per il vivere minuto: un modulo da compilare, le condizioni di conservazione di un farmaco. La bella storica battaglia contro la schiavitù dell'analfabetismo si sta rovesciando in una silenziosa impensata disabilità, analfabetismo funzionale, leggo ma non capisco. Una sconfitta subdola. Dar la colpa alla scuola che non insegna, ai libri di testo sempre troppo difficili per i ragazzi eppure sempre più ammiccanti, nella lingua, a una medietà senza qualità, accusare la scuola, contro cui si è accanita la politica di un ventennio, è una scorciatoia bugiarda che può prendere solo chi non sa cosa succede in aula. Perché di sicuro la scuola con tutte le forze viaggia controvento. Ma le parole colorate che fan festone nella aule delle elementari, le mille scritture che si incontrano nei romanzi letti in classe e proposti a casa, e nelle antologie e, ormai da tempo, le straordinarie esperienze di "scuola d'autore" che coltivano la scrittura creativa dei ragazzi e delle ragazze, sono realtà importantissime, ma rischiano di restare "cose di scuola" se poi il parlare del mondo intorno è raggelante. Si apprende la lingua soprattutto attraverso l'esposizione a un bel parlare. Tv, giornali e web costruiscono il modello corrente di lingua, molto più della buona letteratura, e non solo perché si legge poco, e questo è male per millemila ragioni, ma perché la lingua sciatta del mercato dilaga nei libri anche, buona per tutti i generi, giallo, fantasy, thriller o romanzo d'amore: assertiva, paratattica e soprattutto facile, facile facile. Nei notiziari ha la forma del virgolettato cubitale e spesso scorretto prima di dare il contesto: «Il disastro poteva essere evitato» (che è solo l'ipotesi di un gruppo di scienziati chissadove, ce lo ricordano chissaquando). «Fra vent' anni la popolazione italiana sarà scomparsa e al suo posto ci sarà un potpourri di immigrati» (iperbole che è la proiezione di un'indagine, forse, e forse alla fine del servizio ce lo faranno scoprire). E si chiude la tv più arrabbiati, più spaventati e pochi sanno del pot-pourri ci dicono le indagini, ma disastro, scomparsi e immigrati hanno la potenza delle emozioni. Così si aiuta a costruire una lingua povera povera, adatta a schierarsi e a fare il tifo, io di qua e tu di là, ma non a capire, a capirsi. Difficile ragionare di questo perché lo si fa dalla sponda di chi le parole le coltiva per lavoro o per passione e a volte quel che accade davvero gli arriva improvviso in forma di indagine internazionale che ci colloca appena sopra il Nuevo Leòn (stato del Messico, a nord est, dice un buon atlante). Una bufera sulla nostra sicumera ( sussiego e presunzione, scrive il dizionario Treccani) di sapere le cose proiettando tutto intorno a noi le nostre convinzioni. Ma se la consapevolezza arriva bisogna spaventarsi e resistere. E difendere la scuola, e la bella lingua e letteratura. E i bambini. I bambini c'entrano, e anche i ragazzi, visto che in questi giorni alla Children's Book Fair di Bologna altre indagini ci hanno appena detto che in realtà loro leggono, molto molto più di noi adulti, e amano leggere. Esporli a una buona letteratura è un atto necessario. Poche parole vuol dire pochi pensieri. Anche per difendersi, difendere chi ha bisogno. E probabilmente non capire il bugiardino di un farmaco «nuoce gravemente alla salute», anche se l' inflazione noncurante dell'espressione ripetuta su tutti i canali ne abbassa la pericolosità percepita. Ma di sicuro non capire un articolo di giornale o una proposta di legge nuoce gravemente alla nostra vita civile, alla nostra convivenza e alla nostra umana necessità di dirci e di capirci.


venerdì 22 marzo 2013

A proposito di Educazione affettivo-sessuale

POSTATO dal prof d’italiano:

Ricevo dagli esperti, che hanno appena finito il Percorso di Educazione affettivo-sessuale con i ragazzi delle Terze, questa lettera, con preghiera che vi sia comunicata. Leggetela!

Azienda U.L.S.S. n.9 – Direzione Servizi Sociali
Progetto “Educare alla Sessualità”
Area Infanzia, Minori e Famiglia – Consultori Familiari
Ai ragazzi e alle ragazze delle classi 3^

Dopo esserci lasciati nell’ultimo incontro con i versi della poesia “Il cuore che ride” e con i vostri post-it, eccoci qui a ricordare come è andata…
Siamo stati insieme per tre intense mattinate, nel corso delle quali ci siamo confrontati sui temi della sessualità attraverso l’arte e la bellezza, condividendo pensieri, emozioni, riflessioni, ma anche paure, ansie, preoccupazioni, in un percorso che abbiamo voluto proporvi come ricerca, scoperta, conoscenza, intuendo la vostra voglia di sapere, di mettervi in gioco, di essere protagonisti del film della vostra vita. E proprio il cinema ci ha permesso di entrare negli argomenti, insieme alle poesie che ne hanno introdotto di volta in volta la visione.
Abbiamo creduto in voi ragazzi, e avete dimostrato di “esserci” con la consapevolezza che parlare di sesso si può e si deve, ma con gli strumenti giusti, con un linguaggio adeguato, con serenità e serietà, e pronti ad accogliere le parole di adulti autorevoli in grado di fornirvi le informazioni corrette e indirizzarvi dove c’è chi si occupa di voi con dedizione e professionalità.
A PROPOSITO DEI GIOVANI PROTAGONISTI DEI NOSTRI FILM …
Martino e Silvia, Channe, Billy, Francis e Keith, Leo, Sara, Alì … Li citiamo per nome perché fanno parte di film che parlano di persone “vere” e non fatte con lo stampino, perché rifiutiamo l’idea che i giovani siano considerati soltanto “consumatori”, “spettatori”, “fan”, come vorrebbe questa nostra società dell’apparire, dove persino i sentimenti vengono strumentalizzati dalla pubblicità e da alcuni programmi televisivi superficiali e stereotipati. Il cinema d’autore ci permette invece di restituire ai personaggi la loro unicità di esseri umani, di delinearli attraverso la forza di volontà con la quale affrontano la vita e il mondo e sanno poi compiere le loro scelte. Vi abbiamo voluto mostrare dei film forse difficili, senz’altro complessi, perché ci siamo fidati di voi, della vostra libertà di pensiero e di giudizio, e perché non volevamo che la serietà degli argomenti venisse banalizzata, così come spesso purtroppo accade in altri contesti.
A PROPOSITO DELLA SESSUALITA’
Nella prima mattinata abbiamo parlato delle funzioni della sessualità, del corpo e delle sensazioni, del vivere le esperienze, partendo dalla visione di “L’estate di Martino”, protagonista un ragazzo della vostra età, che sullo sfondo dello splendido mare della sua Puglia, sperimenta una nuova consapevolezza di sé, l’amicizia e la fiducia negli adulti e la scoperta dell’amore.
Il percorso dell’identità, essere maschi e femmine, fra parità e differenze, gli aspetti positivi e negativi degli stereotipi sessuali, la scoperta del proprio orientamento sessuale, sono stati i temi della seconda mattinata, scaturiti dalle vicende dei fratelli Channe e Billy, che conosciamo bambini e lasciamo adolescenti, e dell’eccentrico Francis in “La figlia di un soldato non piange mai”. Un film denso anche di altri temi, relativi al proprio progetto di vita e alle scelte, come quella di poter vivere la sessualità in maniera consapevole, con la testa, che sono stati ripresi poi nel terzo incontro, concluso con la visione di “Diari”, realistico e delicato spaccato generazionale contemporaneo, dove i giovani protagonisti s’impegnano a portare avanti i propri interessi, desideri, passioni e aspirazioni con determinazione e tenacia, nel cui raggiungimento abbiamo voluto che ciascuno di voi si identificasse.
Ogni adolescente ha il bisogno e il diritto di sapere, di essere informato, di proteggersi. Per questo vi abbiamo consegnato degli strumenti che speriamo possano orientare al meglio le vostre scelte, ricordandovi che avete a disposizione dei luoghi specifici dove poter essere accolti, ascoltati e aiutati, per non mettere a rischio la vostra salute e quella degli altri, la vostra vita e il vostro futuro.
Mettetecela tutta, abbiate cura di voi, coltivate i vostri sogni, volate alto, noi siamo con voi !
Teresa, Valerio, Nicoletta e Lucia

Quanto latino conosci?

POSTATO dal prof d’italiano:

Il post precedente mi ha fatto venire un’idea: chiunque voglia, aggiunga in questo post un’espressione latina che conosce. Procedimento da seguire: entrare nel post, scegliere modifica, aggiungere l’espressione continuando l’elenco che inizio io, scrivere tra parentesi quadra il proprio nome. Un + a ognuno che interverrà.


1- HABEMUS PAPAM = letteralmente ABBIAMO IL PAPA; espressione che viene annunciata al balcone di San Pietro, ogni qualvolta viene eletto un nuovo papa. [il prof d’italiano]

2- DEUS EX MACHINA = letteralmente IL DIO DA UNA MACCHINA; nell’antico teatro greco classico, l’apparizione sulla scena delle divinità, che veniva realizzata mediante un apposito meccanismo e che di solito costituiva l’elemento risolutore della tragedia. Oggi questa espressione viene comunemente usata per indicare una circostanza o una persona che inaspettatamente interviene a risolvere una situazione difficile o è l’artefice del buon andamento di qualcosa. [il prof d’italiano]

3- VERBA VOLANT, SCRIPTA MANENT [Giovanni]

4- DOCTUM DOCES = letteralmente INSEGNI A CHI GIA' SA [Giovanni]

5- OCULUM PRO OCULO, ET DENTEM PRO DENTE = letteralmente OCCHIO PER OCCHIO, DENTE PER DENTE [Giovanni]

6- URBI ET ORBI = letteralmente ALL'URBE E ALL'ORBE, cioè "Alla città di Roma e al mondo intero"; è la benedizione che fa il papa in certe occasioni. (Sofia)

7- DULCIS IN FUNDO: il dolce (andrebbe mangiato) alla fine. (Sofia)

8- COGITO, ERGO SUM :  penso, dunque sono. (Sofia)

9- AB URBE CONDITA : dalla fondazione di Roma [Jacopo]

10- AD OCH : per questo [Jacopo]

11- CARPE DIEM : cogli l'attimo [Jacopo]

12- CAVE CANEM : attenti al cane [Jacopo]

13- CASUS BELLI : caso di guerra [Jacopo]

14- CASTIGAT RIDENDO MORES : corregge i costumi deridendoli [Jacopo]

15- CURRICULUM VITAE : carriera di vita [Jacopo]


16- DURA LEX SED LEX : la legge è dura ma è legge [Jacopo]

17- ERRARE HUMANUM EST : errare è umano [Jacopo]

18- IN MEDIO STAT VIRTUS : la virtù sta nel mezzo [Jacopo]

19- PER ASPERA AD ASPERA : attraverso le asperità alle stelle [Jacopo]

20- TU QUOQUE, FILI! : anche tu oh figlio! [Jacopo]

21- VENI, VIDI, VICI : venni, vidi, vinsi [Jacopo]

22- IN VINO VERITAS : nel vino sta la verità [Jacopo]

23- REPETITA IUVANT : le cose ripetute giovano [Jacopo]

24-FATE VOBIS : fate voi! (Gianluca).

25-ALEA IACTA EST : il dado è tratto! (decisione irrevocabile da cui non si torna più indietro) (Gianluca).

26-FACTA NON VERBA : (fatti non parole) (Gianluca).

27-RISUS ABUNDAT IN ORE STULTORUM : (il riso abbonda sulla bocca degli stolti)  (Gianluca).

28-PANEM ET CIRCENSES : (pane e giochi del circo, critica verso i soli due unici interessi: mangiare e divertirsi). ( Gianluca).

29-INTER NOS : (fra di noi) (è una cosa nostra)  (Gianluca).

A che cosa serve il latino?

POSTATO dal prof d’italiano:

Nei giorni scorsi su la Repubblica si è svolto un piccolo dibattito sull’importanza di studiare il latino nei licei. Il caso è iniziato con una lettera di un papà (pubblicata il 16 marzo 2013), cui è seguito un articolo (18 marzo), al quale ha risposto un professore con una lettera (20 marzo) e un intervento di Corrado Augias. Il tutto è, a mio avviso, molto interessante e non solo per chi a settembre incomincerà a frequentare un liceo in cui si studi il latino.

1- LA LETTERA di Giuseppe Chiassarini

Mentre accompagnavo mio figlio a scuola, mi dice: «Oggi esco prima, manca latino». Gli dico: «Poco male, è latino, è la materia con il numero massimo di ore». Lui mi risponde: «Sì, ma è cultura». Scopro che tutto sommato mio figlio apprezza il latino e mi prende una grande tristezza e anche una certa rabbia. La classe politica che per decenni ha lasciato che tanti nostri figli impegnasseo molte energie per imparare una lingua morta, e, peggio, che ha inculcato in loro l’idea che questa lingua morta fosse importante, è una classe politica a sua volta morta.

2- L’ARTICOLO di Stefano Bartezzaghi
Il ragazzo ama il latino (ed è subito polemica)
«Il latino non serve».
Ad affermarlo non è stato Papa Francesco, giovedì scorso, quando ha deciso di pronunciare in italiano la sua prima omelia (Ratzinger l'aveva tenuta in latino, e aveva detto messa voltato verso l'altare). La recisa opinione è stata invece espressa lo scorso sabato, in una lettera che il lettore Giuseppe Chiassarini ha inviato a Repubblica.
Il figlio non aveva avuto le ore di latino previste per quel giorno, e se ne era dispiaciuto perché il «latino è cultura». Il padre si è dichiarato preda di «una grande tristezza e anche di una certa rabbia. La classe politica che per decenni ha lasciato che tanti nostri figli impegnassero molte energie per imparare una lingua morta e, peggio, che ha inculcato in loro l'idea che questa lingua morta fosse importante, è una classe politica a sua volta morta». Certamente la pensa diversamente Giovanna Chirri, la giornalista dell'Ansa che unica fra i colleghi ha capito subito cosa stesse succedendo quando Benedetto XVI annunciava, in latino, le proprie dimissioni. Chirri è diventata una specie di star internazionale e alla Bbc si chiedono quanto morta sia una lingua in cui vengono ancora pronunciate parole capaci di cambiare la storia. Procura intanto un certo compiacimento appurare come nel corso di una sola generazione (nel senso proprio della parola) le parti si siano rovesciate. Ancora negli anni Settanta, quando si può presumere che l'autore della lettera fosse lui in età scolare o pochi anni prima, il latino si studiava anche alle scuole medie inferiori: obbligatorio al secondo anno, facoltativo al terzo, per chi non prevedeva di andare al liceo. I neotredicenni passavano l'estate intermedia fra i due anni scolastici a cercare di convincere i genitori che il latino è una lingua morta e non serve. I genitori ribattevano con argomenti che oggi si rileggono nelle molte lettere di risposta a Chiassarini giunte già lo stesso sabato alla redazione di Repubblica: che il latino è «la base di tutto», che dà la «forma mentis», che permette di intuire le etimologie e che il nostro italiano non è che un suo dialetto, assieme alle lingue consorelle.
Tutte cose sacrosante; tutti argomenti remotissimi dall'orizzonte di un ragazzo di dodici anni. Solo pochi genitori scaltri sorprendevano i figli dicendo loro: «Hai ragione, il latino non serve assolutamente a nulla. Però è bellissimo».
A quell'epoca, peraltro, si era ben lontani dall'attuale società, che mangia pane e inglese, googleggia a manetta, viaggia alla velocità delle fibre ottiche e tutto il resto: ai ragazzi non restava che rinunciare al loro primo serio tentativo di opposizione ai vincoli scolastici, e rassegnarsi a godere delle dubbie gioie della perifrastica attiva e passiva. Cosa ha potuto produrre questa inversione dei punti di vista? C'è purtroppo da immaginare che, in realtà, il Chiassarini giovane abbia espresso opinioni non condivise da troppi suoi coetanei (molti e sentiti complimenti alla sua professoressa o professore). Ma quello che rende volgare (in senso tecnico) la contrapposta opinione del padre non è l'avere tenuto in poca considerazione la residua utilità del latino: è proprio la concezione delle materie scolastiche come strumenti utilitari, un'attrezzeria tecnica che a scuola ci viene consegnata perché «ci servirà» nella vita.
L'inglesuccio che serve a usare il computer lo si impara facilmente usando appunto il computer; il latino si può imparare solo a scuola e morirà davvero solo il giorno in cui nessuna scuola lo insegnerà più. L'idea di quantificarne l'utilità è gemella all'idea di depurare i bilanci pubblici dagli investimenti per la cultura e dal sostegno a tutte quelle attività che l'economo considera improduttive e «senza ritorno». Certo, che non c'è ritorno! La cultura è infatti un viaggio di sola andata; l'unico modo per tornare indietro è abrogarla.
Un giorno un commissario leggerà i programmi scolastici con un paio di affilate forbici: quella sera a essere fatto a coriandoli non sarà il solo latino.
La storia, non è forse "morta" per sua stessa definizione? E la filosofia? E a cosa serve la matematica, a un futuro avvocato o ortopedico? A cosa servono le lezioni di inglese, quando si sa che l'inglese lo si impara solo sul posto? La verità è che la scuola non è utile né inutile: è autile, un'industria no-profit (la pubblica) di trasmissione del sapere in cui comunità di due generazioni diverse si scambiano insegnamenti e aggiornamenti su cosa implichi e cosa significhi essere italiani oggi. Che la scuola sia in crisi lo dimostrano i risultati elettorali, il tono e la logica del dibattito pubblico, la carenza di sentimento nazionale, la diffusione epidemica di quella malattia dell'intelligenza che si chiama furbizia.
Essere italiani oggi significa anche (e tristemente) legare immediatamente ogni scontentezza a responsabilità della «classe politica che per decenni» eccetera. Il nesso che il lettore trova fra il latino come «lingua morta» e «la classe politica a sua volta morta» non può che ricordare Beppe Grillo e il linguaggio del Movimento Cinque Stelle. È infatti Grillo ad avere introdotto la categoria terminale della "morte" nello scontro politico, riprendendo peraltro l'immagine degli zombie da maestri dell'antipolitica come Umberto Bossi e il Francesco Cossiga delle esternazioni. Il furore contro il passato non ha nulla a che vedere con alcun tentativo di miglioramento del presente. Se il futuro sarà migliore del presente, a renderlo tale forse non sarà qualcuno che ha studiato latino, ma certamente sarà qualcuno che a scuola ha trovato ragioni di amore verso lo studio.
Perché l'amore per lo studio, quello non passa: e serve, eccome se serve.
Visto che a buttarla in politica è stato il lettore, corre l'obbligo di ricordare che Silvio Berlusconi ha sempre formato i suoi attivisti (quelli del marketing delle sue aziende, ancor prima di quelli politici) dando loro un'istruzione fondamentale: «l'italiano di ogni età, il nostro potenziale cliente è uno scolaro delle medie inferiori, e non siede neppure nei primi banchi». Ecco. Suo figlio, signor Chiassarini, anche grazie al suo latinorum si avvia a uscire dall'incantamento di un'ideologia semplice e più attraente del Paese dei Balocchi, che esorta a odiare la noia, l'insofferenza, l'indignazione spicciola, l'egoismo totalitario, l'attenzione esclusiva per il proprio tornaconto, l'intolleranza verso ogni ostacolo che impedisce il soddisfacimento immediato delle proprie pulsioni. Le dispiace così tanto? Oggi Grillo ha problemi di quorum, Berlusconi invoca la legittima suspicione, esistono studenti dodicenni che amano studiare. Morti non siamo: tutt'altro.

3- LA LETTERA del professor Giovanni Tesio

Caro Augias, leggo su "la Repubblica" l'articolo di Bartezzaghi sul latino e ricordo la posizione aperta di un maestro come Arturo Graf che fin dall'inizio del Novecento riservava il latino alla sola conoscenza di chi volesse farne materia di studio specialistico, mentre proponeva che si studiasse una lingua moderna. Vecchie questioni che sarà forse il tempo a risolvere. Ma a me sembra che la questione del latino un'altra ne copra: il disinteresse sempre più marcato per la complessità filosofica e letteraria. Anzi più letteraria che filosofica. La letteratura (italiana) interessa ormai solo più gli addetti. Se ne fa un commercio spesso immondo e la si tratta come puro intrattenimento (che non demonizzo come tale), mentre la letteratura - anche rispetto alla filosofia - è davvero il luogo della complessità: intellettuale, emotiva, civile, morale. La questione del latino - se così la si guarda - non diventa, mi pare, che la costola eletta di una ben più vasta e complessiva questione. Professor Giovanni Tesio - giovannitesio@tiscali.it
LA RISPOSTA DI CORRADO AUGIAS:
Il signor Chiassarini che ha suscitato l'ennesimo putiferio sul latino, non è stato coerente fino in fondo. Ha sgridato suo figlio che ama il latino dicendogli che non serve a niente. Non ha pensato che quasi nulla di ciò che s'insegna in un liceo serve a qualcosa. Nel senso di un'immediata capacità dalla quale ricavare reddito. Per questo ci sono le scuole professionali dove s'impara a muovere le mani, o la mente, per esercitare un mestiere appena al di là del diploma. Il signor Chiassarini dovrebbe quindi togliere il ragazzo dal liceo (ammesso che ci riesca) spingendolo a imparare qualcosa da utilizzare subito sul mercato del lavoro. La verità è che si vorrebbe il prestigio del liceo, magari classico, risparmiandosi però la fatica di apprendimenti complessi qual è quello del latino. Qui s'innesta il problema sollevato dal professor Giovanni Tesio. Il rifiuto del latino nasconde a volte semplicemente il rifiuto della complessità esteso, in molti casi, perfino agli studi universitari. Ha ragione il lettore quando dice che la letteratura (sommamente inutile nell'ottica di Chiassarini) prestandosi a diversi livelli di analisi è un concentrato di complessità. Si parla molto di Philip Roth in questi giorni. Basta pensare ad esempio al grande spessore di un capolavoro come "Pastorale americana"; oppure, altro esempio, ai molteplici significati (dall'uso della lingua alla storia politica) di un altro capolavoro "Storia di amore e di tenebra" di Amos Oz. Gli esempi sarebbero centinaia, ovviamente. La scelta dunque è, come si suol dire, a monte; non riguarda solo il latino, coinvolge domande di fondo del tipo: che cosa voglio aver imparato quando avrò 18 anni? Aiuterebbe una certa chiarezza di idee. Genitori soprattutto.



La quinoa

POSTATO dal prof d’italiano:

Ultimamente ho (abbiamo) un po’ trascurato il nostro blog; colpa del poco tempo e delle tante cose da fare. Cerchiamo di recuperare un po’, con alcuni articoli che ho messo da parte, incominciando con questo che io ho trovato curioso, perché parla di una cosa che non conoscevo affatto: la quinoa.
L’articolo è apparso su la Repubblica il 15 marzo 2013. Lo dedico in particolare a Davide, a cui potrebbe tornare utile per gli esami orali.

piante di quinoa

Tutti pazzi per la quinoa
grano d'oro delle Ande
di Silvia Bernasconi

Il cibo del futuro ha una storia millenaria.
La quinoa (o quinua), cresce sugli altopiani andini da settemila anni. Ma i fan del bio l'hanno scoperta solo ora: questo piccolo seme tondo è nutriente, senza grassi né glutine. Un mix di qualità che lo rende il pasto ideale di salutisti e maniaci della dieta. Ma anche per l'Onu, che l'ha dichiarata pianta dell'anno per le sue proprietà nutritive e che della quinoa vuole fare un antidoto alla fame del mondo. Gli Inca la consideravano sacra.
Per noi oggi è preziosa per la salute. E va a ruba. Tanto che gli indigeni, che ancora oggi la chiamano "chisiya mama", in qechua "la madre di tutti i semi", a causa dell'impennarsi dei prezzi non se la possono più permettere. Il nuovo oro degli Inca ha la forma di un piccolo cece, a seconda delle varianti rosso, nero o perlato. La pianta ha steli superbi, simili a spighe, rossi e gialli, una meraviglia a vedersi.
Ma non chiamatelo cereale.
Anche se l'utilizzo è simile, tanto da essere considerato uno pseudo-cereale, la quinoa appartiene alla famiglia delle Chenopodiaceae, la stessa di spinaci e barbabietole. Altamente nutritiva, ricca di proteine vegetali, amminoacidi e fibre, ha grassi "buoni", quelli insaturi.
Contiene più fosforo, potassio, magnesio, ferro e calcio rispetto alla maggior parte dei cereali. Senza glutine, è adatta anche ai celiaci. I semi si possono utilizzare per zuppe o insalate, la farina come base per quasi tutto. Così la quinoa è entrata nell'olimpo dei supercibi. Per secoli è rimasta confinata sulle Ande, tra Bolivia e Perù, snobbata dai connazionali di città che la declassavano ad alimento semplice, da poveri di campagna. Adesso è all'ultima moda, consigliata dai nutrizionisti, corteggiata dagli chef, si impone nei blog di mangiar sano, fa capolino sugli scaffali di alimenti bio. Persino la Nasa la ritiene adatta ai propri astronauti. E l'Onu, dichiarando il 2013 Anno internazionale della quinoa, confida possa aiutare a sconfiggere la malnutrizione e la fame nel mondo.
«È la sola pianta alimentare con tutti gli amminoacidi essenziali, micronutrienti e vitamine che si adatta a climi e ambienti differenti. Resistente alla siccità, cresce a 4mila metri, con escursioni termiche da -8 a 38 gradi», ha spiegato il direttore generale della Fao José Graziano da Silva. «Offre una fonte di cibo alternativa per i Paesi che soffrono d'insicurezza alimentare». E secondo studi della Fao potrebbe essere coltivata sull'Himalaya come nel Sahel o in altre zone aride del pianeta.
Il primo produttore al mondo di quinoa è la Bolivia. Qui ne cresce il 46 percento, compresa la specie più pregiata, la quinoa real, intorno a Uyuni e Coipasa a quasi 4mila metri d'altezza. Segue il Perù col 30 percento.
Ma tentativi di coltivazioni si stanno facendo in altri Paesi, dagli Stati Uniti all'Asia passando per Europa e Africa. Secondo l'Anapqui, l'Associazione boliviana dei produttori, negli ultimi cinque anni la superficie coltivata è cresciuta del 23 percento. Le esportazioni nel 2009 hanno superato le 14mila tonnellate, con un giro d'affari di 43 milioni di dollari.
Come in una moderna corsa all'oro, molti indios che erano andati via in cerca di lavoro tornano nei villaggi di origine, i coltivatori fanno buoni affari.
Con l'impennata delle esportazioni e le richieste in aumento, però, sono cresciuti anche i prezzi, triplicati in pochi anni. E quello che è sempre stato un alimento base della cucina andina sta diventando inaccessibile proprio ai boliviani, costretti a ripiegare su alimenti più economici e meno sani. La quinoa inoltre sta scalzando altre coltivazioni locali, le piccole produzioni si trasformano in coltivazioni intensive, compaiono trattori e prodotti chimici, con rischi per l'ambiente e per le comunità locali. Sopravvissuto per millenni, il "grano d'oro" delle Ande fatica ora a fronteggiare l'assalto dei salutisti.

Bolivia: raccoglitrice di quinoa

Semi di quinoa