sabato 17 novembre 2012

Alluvioni: ogni anno è la stessa cosa

POSTATO dal prof d’italiano:

A completamento della giornata della Protezione Civile svoltasi questa mattina, leggete questi articoli pubblicati da la Repubblica. Il primo è del 14 novembre 2012.

Piove di più, nessuno cura i fiumi
così il maltempo diventa una tragedia

di Elena Dusi
È una tempesta perfetta. Le piogge si intensificano, la porzione di territorio urbanizzato in Italia guadagna ogni anno l'equivalente di due città di Roma, i fiumi vengono costretti negli argini perché non straripino, i loro sedimenti si accumulano nell'alveo e sollevano il livello dell'acqua, aumentandone l'energia in caso di esondazione. Perfino i campi diventano più estesi e perdono i fossi di scolo che da sempre li circondavano. In Toscana e Liguria fiumi ripidi e letti piccoli moltiplicano il rischio in caso di acquazzoni. Nel frattempo le mappe del rischio restano ferme al passato, mentre le legislazioni fanno addirittura passi indietro. Il risultato? Oltre 120 frane e inondazioni tra il 2005 e il 2011, con 200 vittime e danni stimati sopra al miliardo all'anno (due volte e mezzo quanto si spende per la prevenzione). Il mix degli interventi con il contagocce e del rischio che aumenta (sia per il clima che per l'urbanizzazione) punta dritto verso un unico esito prevedibile: l'assicurazione obbligatoria, che ogni tanto si affaccia in una bozza di legge e che ieri è stata rievocata dal capo della Protezione civile. Il rischio idrogeologico in Italia è una tenaglia che stringe da molti lati. «Buona parte dell'urbanizzazione, soprattutto quella selvaggia, è avvenuta intorno agli anni '60 e '70, l'epoca in cui la piovosità è stata ai minimi del secolo. Ponti, argini e case sono stati costruiti senza tenere conto del problema dell'acqua. Oggi ci ritroviamo con infrastrutture del tutto inadeguate» spiega Paolo Paronuzzi, direttore di un master sul rischio idrogeologico all' università di Udine. «Le fognature delle città non sono progettate per smaltire precipitazioni simili. A Genova i fiumi sono costretti in spazi angusti, o addirittura dirottati sottoterra. Se si gonfiano, cosa si può fare? Le uniche soluzioni che mi vengono in mente sono opere radicali, di portata paragonabile a quella del Mose a Venezia» dice Fausto Guzzetti, che al Cnr dirige l'Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica. «La legislazione del 1989 aggiunge Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi - divideva il territorio italiano in bacini idrografici, ognuno dei quali ricadeva sotto il controllo di un'autorità di bacino. Nel 2006 abbiamo recepito una direttiva europea che si occupa di ambiente in senso lato e dedica solo un capitolo al rischio idrogeologico. È una norma più adatta ai paesi con fiumi molto grandi. Il risultato in Italia è la frammentazione di competenze e responsabilità. Di fronte a una situazione di rischio non si sa nemmeno chi debba intervenire». Nel 2010 il Consiglio nazionale dei geologi ha pubblicato uno studio secondo cui 29.500 chilometri quadrati con quasi 6 milioni di abitanti sono ad alto rischio idrogeologico. La minaccia di frane o alluvioni riguarda 1,3 milioni di edifici, fra cui 6mila scuole e 531 ospedali. Dal dopoguerra i disastri idrogeologici sono costati 52 miliardi, una cifra che nell' ultimo ventennio è passata da 800 milioni medi annui a 1,2 miliardi. Secondo il ministero dell' Ambiente, per mettere in sicurezza tutto il territorio italiano servirebbero 40 miliardi.



Il secondo è del 15 novembre 2012.

Terre sommerse

di Carlo Petrini
Nelle Langhe, tutte le volte che pioveva molto, e per alcuni giorni di fila, si diceva che i contadini iniziassero a "portare l'acqua a spasso". Sulle colline e su qualsiasi altro terreno in pendenza gli agricoltori, armati di zappa, scavavano stretti e lunghi solchi pieni di curve: così aiutavano l'acqua a "camminare" per un po' prima che scendesse a valle. Una precauzione perché non acquisisse forza distruttiva, sia per le coltivazioni sia, a valanga e nei casi più gravi, per le costruzioni.
Torna questo frammento di memoria, che tanti anni fa sembrava più che altro un racconto colorito riferito alla civiltà contadina, ogni volta che in Italia un territorio va sott'acqua o un fiume esonda portando danni, tristezza e purtroppo morte. E viene da pensarci sempre più spesso, perché capita regolarmente ogni autunno da un po' di anni a questa parte, e molte volte anche a fine inverno. Per curiosità, basta controllare l'elenco delle alluvioni di una certa importanza avvenute in Italia, che si trova facilmente su internet.
Salta subito all'occhio come i fenomeni gravi in termini di danni materiali e di vite umane si siano molto intensificati a partire dal secondo dopo-guerra. Guardando quell'elenco, poi, si capisce che l'Italia è da sempre un Paese naturalmente soggetto a questi eventi, ma una tale escalation non è spiegabile se non con una riflessione riguardante la nostra cura per il territorio e i luoghi in cui viviamo.
Sarebbe forse troppo facile - ma anche poco serio senza un adeguato supporto scientifico - chiamare in causa il cambiamento climatico, anche perché i disastri legati al meteo si sono moltiplicati in tutto il mondo. Sicuramente qualcosa sta mutando nella prevedibilità e nella frequenza di fenomeni atmosferici eccezionali, è evidente, ma se guardiamo a come abbiamo trattato il nostro Paese negli ultimi due secoli, e maggiormente negli ultimi sessant'anni, non si può non pensare che siamo stati incauti, se non scellerati, nel depredarlo, abbandonarlo, coprirlo di cemento, nel costruire senza criteri preventivi rispetto a cataclismi cui ormai dovremmo essere un po' abituati, e anche preparati, da almeno qualche centinaio di anni.
Non ci vuole un genio per capire certe cause e non ci vorrebbe neanche un genio della politica per cercare di correre subito ai ripari. Un piano nazionale di messa in sicurezza del territorio italiano dovrebbe essere la priorità di qualsiasi governo, dovrebbe essere in qualsiasi programma elettorale, dovrebbe mettere d'accordo tutte le forze politiche. E invece no. Ogni autunno bisogna ricordare, di fronte a questi drammi, chi "portava l'acqua a spasso".
Parlare di civiltà agricola del passato non è irrispettoso, non è un caso o un esercizio trito da maniaci delle contadinerie. Studi storici ci spiegano che su un territorio geomorfologicamente fragile come il nostro abbiamo iniziato un paio di secoli fa con il disboscamento a tappeto delle aree collinari e montane.
Questo ha peggiorato molto la sicurezza dei terreni e reso più pericoloso il deflusso delle acque, ma quanto meno si era fatto spazio a un'agricoltura che era pur costretta a prendersi cura del territorio in maniera capillare e sistematica. Il tutto su base locale ma con una sapienza che quando in casi eccezionali doveva lamentare danni e perdite, almeno poteva inveire a ragione contro la malasorte, perché si era fatto tutto il possibile per prevenire.
Poi, con l'avvento dell'era industriale, l'inizio dell'irreparabile: prima l'abbandono delle zone più difficili da coltivare o dove mal si adattava l'agro-industria, illusoria portatrice di una troppo agognata modernità. Montagne, colline, aree considerate "arretrate" hanno visto arrivare il deserto umano, l'incuria, infine il tentativo molto problematico della Natura di riprendersi i suoi spazi.
Non smetto di ricordare ciò che ha detto una volta Tonino Guerra: «L'Italia non è più bella come una volta, è inutile che mi rompano le scatole, perché una volta c'era chi la curava. Non erano dieci persone messe lì e pagate dallo Stato, erano quelli che l'abitavano: i contadini».
Con l'abbandono di queste campagne si è rotto un equilibrio che è esploso a valle e nelle pianure con il boom edilizio e delle aree industriali: un'altra escalation direttamente proporzionale a quella dei disastri che ormai a torto continuiamo a chiamare "naturali". Abbiamo assistito a una cementificazione virale che, com'è stato più volte ricordato su queste pagine, non ha mai accennato a fermarsi, e negli ultimi trent'anni è anche peggiorata con 6 milioni di ettari di suolo fertile strappati al nostro Paese. Il tutto a fronte di dati che ci parlano di dieci milioni di case vuote, sfitte o inutilizzate. E non sindachiamo sulla qualità di queste costruzioni. Un disegno di legge per fermare il consumo di suolo, proposto dal ministro delle politiche agricole e forestali Mario Catania, è pronto ed è stato molto migliorato dalla Conferenza Stato-Regioni anche in base a richieste della società civile: voglio sperare che venga approvato celermente da questo governo entro i termini di scadenza della legislatura, a maggior ragione dopo i fatti degli ultimi giorni.
Continuando con la storia, invece, l'abbandono delle campagne è proseguito anche in pianura: i contadini sono diventati sempre meno e sempre più soli, alle prese con un'agricoltura industriale che bada al territorio (cioè lo sfrutta) soltanto nella misura in cui rappresenta un fattore produttivo, dunque senza attenzione per le opere che potrebbero avere un interesse per la collettività. Infine c'è stata anche la dismissione delle aree industriali: non posso non pensare a quegli spettri di territorio che sono diventati certi punti della Valle Bormida o che presto lo diventeranno, come il tarantino.
Quasi nessuno si prende più cura dell'Italia. Legambiente ha stimato nel 2010 che l'82% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico, in cinque Regioni siamo al 100%. Nemmeno lo Stato, che potrebbe fare tanto, fa il suo mentre insegue testardamente "grandi opere" che ormai suonano sempre più come una presa in giro. Non si può non urlare la richiesta di un piano serio e moderno di messa in sicurezza del territorio nazionale. Piano che agisca a livello locale non soltanto con opere minime e semplici (ma queste sì, grandi) di cura e manutenzione: anche attraverso la tutela dei suoli fertili e la rimessa in produzione di quelli compromessi (con forme di neo-agricoltura per l'industria, come coltivazioni per bioplastica in terreni inquinati). Oppure attraverso gli incentivi per un ritorno alla campagna da parte delle nuove generazioni e un premio a chi, attraverso l'attività agricola, serve ancora la Nazione con quei lavori che sanno "portare a spasso l'acqua". Questa è vera modernità, questo è ciò di cui si parla veramente quando si parla di paesaggio, di agricoltura sostenibile o di economia locale. Non è poesia o nostalgia. Sono cose che genererebbero più occupazione e Pil di quanto non ne facciano i disastri. Perché è terribile dirlo - e non è un caso che ci sia chi è stato colto a gioire e ridere per un terremoto - ma un disastro "innaturale" fa quote di Pil attraverso la ricostruzione o magari anche con forme di assicurazione privata che ora, guarda caso, alcuni vorrebbero obbligatorie per tutti.


La radio digitale

POSTATO dal prof d’italiano:

Sta per arrivare una rivoluzione nel mondo della radio (e non mi riferisco alla radio della scuola): per saperne di più, leggete questo articolo pubblicato da la Repubblica il 13 novembre 2012.

Addio alla vecchia Fm
la radio diventa digitale

di Ernesto Assante

LA RIVOLUZIONE digitale sta per arrivare anche nelle nostre radio: tra poche settimane il Trentino sarà la prima "area digitale radiofonica" italiana nella quale invece che attraverso la ormai classica "modulazione di frequenza" (l' Fm con la quale ascoltiamo quotidianamente le nostre emittenti preferite) la radio si ascolterà attraverso il Dab, il digital audio broadcast. È l’inizio di un percorso che, contemporaneamente a quello che sta accadendo in tutta Europa - dove le trasmissioni Dab sono iniziate da qualche tempo - porterà la radio digitale anche nel nostro Paese, così com'è accaduto per la tv. «Finalmente il digitale radiofonico dopo l'Europa arriva definitivamente in Italia grazie all'impegno di un gruppo di importanti editori radiofonici privati nazionali», ha detto Fabrizio Guidi, presidente del Club Dab Italia, società formata da alcune delle più importanti realtà radiofoniche private nazionali (Radio DeeJay, Radio Capital, M2o, R101, Rds, Radio 24, Radio Radicale e Radio Maria) e che ha già ottenuto il nulla osta per l'avvio della realizzazione della prima rete nazionale in tecnica digitale. Cosa cambierà per noi ascoltatori? Innanzitutto gli oggetti attraverso i quali ascolteremo la radio, i ricevitori. Quelli attuali, analogici, ricevono i segnali dell' Am e soprattutto dell' Fm. Quelli nuovi saranno, invece, in grado di catturare anche i segnali digitali. Il cambiamento consentirà di ricevere le trasmissioni delle emittenti senza alcuna interferenza, con una qualità audio pari a quella di un cd. Il che, considerando che oggi circa il 70 per cento dell'ascolto radiofonico avviene in mobilità (soprattutto in auto), e che la frequenza delle radio Dab resta stabile e non cambia con il movimento, è decisamente un grande passo avanti. Oltretutto, la trasmissione digitale consente di mandare ai ricevitori altri dati, testi e immagini, trasformandola in una "visual radio" che, soprattutto per le informazioni sul traffico, può essere uno strumento particolarmente utile in auto. «Il fatto che questo "futuro digitale" cominci solo ora la dice lunga su quanto la radio venga considerata il parente povero del mondo della comunicazione», tiene a sottolineare Linus, direttore di Radio DeeJay. «Questa rivoluzione è stata affrontata dai legislatori con un po' di pigrizia. Per fare un paragone, è come se la tv fosse ancora rimasta ai tempi della videocassetta». Ma le cose cambiano in fretta e, oltre all'inizio ufficiale delle trasmissioni digitali in Trentino, la radio in realtà vive già nell'era elettronica attraverso altri sistemi, dal satellite a Internet. «È vero, le nuove auto hanno l'ingresso per collegare Internet con una chiavetta, o l' iPhone all'autoradio, ma non è ancora abbastanza, ed è fondamentale che quest'ultima trasformazione avvenga presto: non possiamo perdere un treno che sarebbe molto importante per tutti», dice ancora Linus. In Trentino, intanto, la radio trasforma il proprio segnale in bit, quello delle emittenti del Club Dab e quello di due consorzi con tutte le principali emittenti locali, ricevibili con nuovi apparecchi. Apparecchi touch, con il Bluetooth per collegare i cellulari o i lettori mp3, e che consentono anche di ascoltare ancora la "vecchia" Fm. Insomma, la radio si aggiorna e inizia il suo cammino verso una nuova era, senza invecchiare mai: «È una cosa che dico sempre quando ogni tanto vedo attaccare i manifesti funebri per la radio, sempre sul punto di "essere sostituita" da qualcosa di nuovo», conclude Linus. «La gente sovrappone l'immagine dell' apparecchio al prodotto, che invece è impalpabile e può essere infilato in qualsiasi terminale. La radio la puoi miniaturizzare e inserire nel cellulare o in un tablet, in un computer o in una tv, per cui sopravviverà di certo. Si trasformerà ancora, diventerà modernissima e digitale, sopravviverà a noi e anche ai nostri nipoti...».


Il grande romanzo della chimica

POSTATO dal prof d’italiano:

Ai miei alunni interessati alla chimica chiedo di leggere questo bell’articolo pubblicato da la Repubblica il 9 novembre 2012 (ma anche gli altri possono leggerlo).


di Piergiorgio Odifreddi
Un prestigiatore versa del caffè o del tè caldo in una tazza, lo rimescola con un cucchiaio metallico, e questo si fonde fino a sciogliersi nella bevanda, come se fosse di cioccolato. Dove sta il trucco? In realtà, non c'è! Perché è vero che i metalli in genere si sciolgono soltanto ad alte temperature, ma non sempre: ad esempio, il gallio si scioglie a trenta gradi. Dunque, per liquefare un cucchiaino di gallio non c'è nemmeno bisogno di metterlo in una bevanda calda: basta tenerlo in mano. Questo strano metallo fu isolato nel 1875 da Paul Lecoq, che gli diede il nome: lui diceva per amor di patria, visto che era francese, ma i pettegoli insinuavano per amor proprio, visto il suo cognome. In ogni caso la scoperta fece scalpore, perché il gallio era il primo elemento non compreso nella tavola periodica pubblicata nel 1869 da Dmitrij Mendeleev. Ma era uno degli elementi di cui il russo aveva profeticamente previsto l'esistenza e le caratteristiche, chiamandolo eka-alluminio e posizionandolo in corrispondenza dell'alluminio, appunto. Alla storia della tavola di Mendeleev e degli elementi che essa classifica è dedicato Il cucchiaino scomparso di Sam Kean (Adelphi, traduzione di Luigi Civalleri, pagg. 410, euro 34), un affascinante libro che dovrebbe essere letto dai molti che della chimica sanno una cosa sola: che c'è. Stranamente, infatti, anche coloro che si interessano di divulgazione scientifica prediligono spesso gli estremi della fisica delle particelle e della biologia dei viventi, snobbando un po' quelli che in realtà sono i mattoni del mondo e della vita: gli atomi e le molecole, appunto, che trovano il loro fondamento teorico nella tavola periodica degli elementi. Quest'ultima organizza il centinaio di elementi conosciuti, disponendoli in sette righe e diciotto colonne. Solo due di essi sono liquidi a temperatura ambiente, il mercurio e il bromo, mentre gli altri sono per tre quarti dei metalli, e per un quarto dei gas. Gli elementi più diffusi nell'universo sono l'idrogeno e l'elio, rispettivamente al novanta e al dieci per cento circa: the rest is dross, direbbe il poeta. Gli elementi meno diffusi, invece, sono il francio e l'astato: ce ne sono al mondo, in tutto, una trentina e una ventina di grammi, e siamo tutti scusati se non li abbiamo mai sentiti nominare prima. Alla base degli organismi biologici e degli strumenti informatici stanno due elementi molto simili fra loro: il carbonio e il silicio. Altri elementi sono cruciali per il funzionamento non solo del corpo, ma anche della mente, a dimostrazione della sua materialità: ad esempio, una carenza di iodio o di litio porta al cretinismo o alla depressione, e un eccesso di manganese a sintomi simili a quelli del morbo di Parkinson. Gli elementi sono comunque spesso armi a doppio taglio, e possono essere benefici o malefici a seconda delle circostanze. L' azoto, ad esempio, viene usato nei fertilizzanti artificiali, che sono la benemerita invenzione di Fritz Haber, premio Nobel per la chimica nel 1919: un dottor Jekyll che inventò anche le armi chimiche, al cloro e al bromo, usate dai tedeschi con effetti devastanti durante la prima guerra mondiale. Se però viene inalato, l'azoto ha effetti letali, benché completamente indolori: oltre ad aver causato molti incidenti mortali in miniera, può anche essere considerato il miglior candidato per una "dolce morte". Gli strani nomi degli elementi sono il risultato di battesimi non sempre oculati: come nei quasi indistinguibili bario, bohrio e boro. A volte i nomi richiamano l'astronomia, come il selenio, il mercurio, l'uranio e il plutonio. Altre volte la geografia, come il polonio, l'americio, il californio, il berkelio e lo (stocc)olmio. Altre ancora grandi scienziati, come il copernicio, il mendelevio, il curio, l'einsteinio e il fermio. Altre infine il luogo del loro ritrovamento, come l'itterbio, il terbio, l'erbio e l'ittrio, tutti scovati nella miniera svedese di Ytterby tra il 1794 e il 1878. Benché la tavola degli elementi sia oggi identificata con il nome di Mendeleev, i suoi fondamenti risalgono alla scoperta di Johann Döbereiner delle "affinità elettive" che diedero il titolo a un romanzo di Goethe. Del fatto, cioè, che alcuni elementi diversi si comportano in maniera simile. Ad esempio, lo stronzio, isolato nel 1790 da un minerale estratto dalla miniera scozzese di Strontian, ha un peso atomico a metà tra quelli del bario e del calcio, ed è chimicamente affine a loro. Lo stesso succede per la triade formata da cloro, bromo e iodio, e per molte altre. Ci volle mezzo secolo per riuscire a mettere ordine nel caos, e almeno una mezza dozzina di chimici contribuirono con idee cruciali, oltre a Mendeleev. Primo fra tutti Alexandre Béguyer, che nel 1862 mise in fila gli elementi in ordine di peso atomico, e notò che dopo i primi 2 le loro proprietà sembravano ripetersi ogni 8 elementi. In realtà, le cose risultarono un po' più complicate: ad esempio, in entrambe le triadi precedenti gli elementi si ripetono ogni 18 elementi. E oggi sappiamo che la periodicità cresce secondo i doppi dei numeri dispari (2, 6, 10, 14, eccetera), e aumenta dunque da 2 a 8, a 18, a 32, eccetera. Un altro problema derivò dal fatto che, affinché la tavola funzionasse, alcuni elementi più pesanti dovevano venire prima di altri più leggeri: ad esempio, l'argon prima del potassio, e il cobalto prima del nichel. Le eccezioni sono parecchie, circa il dieci per cento degli elementi, e questo lasciava immaginare che il vero principio dell'ordinamento non fosse il peso atomico. Qual era, lo trovò nel 1913 Henry Moseley, che due anni dopo morì a ventisette anni nella battaglia di Gallipoli: gli elementi andavano ordinati in base al numero dei loro elettroni o, equivalentemente, dei loro protoni. Sia l' ordine corretto degli elementi che le loro periodicità si ricavano oggi dalla meccanica quantistica, che agli inizi del Novecento era ancora agli albori. E una delle sue prime previsioni, da parte del danese Niels Bohr nel 1922, fu che l'elemento 72 si sarebbe potuto trovare in campioni di zirconio, che è l'elemento 40: cioè, a 32 posti di distanza. Lo si trovò immediatamente, fu chiamato afnio dal vecchio nome di Copengaghen (Hafnia), e Bohr poté dare la notizia alla cerimonia del conferimento del proprio premio Nobel, diventando istantaneamente un guru scientifico. Molto più complicato fu individuare l'elemento 43, che rimase a lungo l'anello mancante della tavola periodica. Il primo annuncio della sua scoperta risale al 1828, e ad esso seguirono molti falsi allarmi. Per arrivare a uno vero si dovette attendere il 1939, quando Emilio Segré e Carlo Perrier isolarono il 43 in campioni del 42, il molibdeno, bombardandolo con nuclei di deuterio in laboratorio: per questo fu chiamato tecnezio, "artificiale", anche se in seguito lo si trovò pure in natura. Il tecnezio chiuse i conti con la tavola degli elementi naturali, che dalla sessantina dei tempi di Mendeleev era arrivata a contenerne 92, ultimo dei quali l'uranio. Ma proprio il modo in cui il tecnezio fu ottenuto indicò una via per estenderla: così come il decadimento radioattivo fa passare a elementi precedenti, infatti, il bombardamento con nucleoni fa passare a elementi successivi. In tal modo nel 1940 Edward McMillan e Glenn Seaborg ottennero gli elementi 93 e 94, chiamati nettunio e plutonio. Il secondo procedette poi a trovare una decina di nuovi elementi, ed entrambi vinsero il Nobel nel 1951. Oggi la tavola periodica è arrivata a 112 elementi, di cui il 106 si chiama seaborgio. Si pensa che ne esistano altri, alcuni dei quali addirittura stabili, o quasi. La storia raccontata da Il cucchiaino scomparso non è dunque ancora finita, anche se si sa che non potrà andare oltre il feynmanio, l' elemento 137: un numero magico, legato alla cosiddetta "costante di struttura fine", oltre il quale gli elettroni dovrebbero girare attorno al nucleo a velocità superiori a quelle della luce. Ma per ora accontentiamoci dei 112 che sicuramente esistono, e delle belle storie su ciascuno di essi raccontate da Kean.

domenica 4 novembre 2012

Una direzione (non basta)

POSTATO dal prof d’italiano:

Dedicato alle mie alunne “onedirectionfile”, questo articolo apparso su la Repubblica il 2 novembre 2012.

One Direction, tutti in delirio
le piccole fan invadono Milano
di Luigi Bolognini



Prendete Justin Bieber, che piace alle figlie per l'aria da cucciolone da strapazzare di coccole per dimenticare i 4 in Greco, l'acne e le amarezze della vita, e alle madri per l'aria innocua, cioè innocente. E moltiplicatelo per cinque. Avrete gli One Direction: il più vecchio ha 20 anni, ma ne dimostrano sui 14-15 anche se giocano a mostrare il fisico snello, una quantità di capelli quasi imbarazzante, i tatuaggi, qualche centimetro di pelle glabra e muscoletti. Adesso stanno riuscendo in un'impresa ormai titanica: vendere dischi. Dodici milioni di copie, se vi bastano, del primo, Up all night, pop caramelloso del 2011, anno in cui si sono formati per partecipare a X Factor inglese (e neppure l'hanno vinto). Molti di più si prevedono per Take me home, che esce martedì 13. «Sarà più rock», giurano i cinque (Niall Horan, Zayn Malik, Liam Payne, Harry Styles e Louis Tomlinson), venuti a Milano per una conferenza stampa e una comparsata a X Factor italiano. Due appuntamenti che hanno quasi creato problemi di ordine pubblico per gli sciami di ragazzette (libere da scuola grazie al giorno di festa), appostate in tremila davanti all'hotel Principe di Savoia, dove interviene la polizia, e in molte di più al Teatro della Luna di Assago, dove i malori da calca sono così tanti che in serata devono arrivare cinque ambulanze e un'automedica. Anche per queste scene di isteria sono parecchie le madri accompagnatrici, curiose di vedere i cinque per cui le loro bimbe sbavano, si fanno stritolare e si danneggiano le corde vocali: chiunque si affacci è scambiato per uno dei cinque e sommerso di urletti estasiati. Follie collettive che ricordano quelle per i Take That degli anni Novanta, ma che i più anziani accostano a quelle di mezzo secolo fa per i Beatles. Non si offendano i puristi del pop-rock, parliamo solo dell'aspetto divistico: un pezzo di pane sbocconcellato da Niall è stato messo all'asta per 120mila euro, per dire. E per fortuna le fan non sanno che mercoledì notte gli One Direction hanno fatto un girettino in piazza Duomo, «che ci piace da matti». Naturalmente i tempi da Lennon e McCartney sono cambiati. Anche nelle tecnologie: «Sappiamo bene - dicono i cinque - di avere un formidabile aiuto da Twitter e Facebook, che ci permettono di essere vicini ai nostri fan, che vogliono sapere giorno per giorno, anzi ora per ora, cosa facciamo». E cosa fanno è semplice. Si divertono. Anche il videoclip della canzone che traina il nuovo disco, Live while we' re young, lo spiega bene: cuccioli che passano da un tuffo in piscina a una schitarrata con gli amici. «Sì, il nostro carattere è gioioso, e questo si riflette nella musica. Però non ci godiamo la vita e basta, anzi lavoriamo parecchio e ci muoviamo in continuazione. Anzi, con tutti questi viaggi ci mancano le nostre mamme», dicono. Che non si montano la testa: «Non siamo per nulla arrivati, dobbiamo ancora fare tanto. Ad esempio imparare a suonare gli strumenti». Chissà se ci riusciranno per le loro due date italiane, il 18 maggio all' Arena di Verona e il 20 maggio al Forum di Assago.

venerdì 2 novembre 2012

La cultura piace ai ragazzi?

POSTATO dal prof d’italiano:

La Repubblica del 31 ottobre 2012 ha pubblicato questo articolo dello scrittore-insegnante Marco Lodoli. Leggetelo, perché c’è anche una citazione da “Le avventure di Huckleberry Finn” (che abbiamo appena letto) e perché potrebbe essere l’argomento del prossimo tema. E anche per discuterne in classe, visto che (pur capendo lo stato d’animo che lo muove) non mi trova del tutto d’accordo: mi sembra (forse sbaglio) che se l’insegnante trova il “modo” giusto per affrontare la cultura umanista, anche i ragazzi ne sono interessati. Che ne dite?

Addio cultura umanista
Per i ragazzi non ha senso
di Marco Lodoli

«Io non esisto più, sono diventata invisibile», mi dice una professoressa con la voce spezzata e gli occhi umidi. «Entro in classe, comincio a spiegare e subito mi accorgo che nessuno mi ascolta. Nessuno, capisci? E così per giorni, mesi, forse per tutto l'anno. La mia voce non gli arriva, parlo e vedo le parole che si dissolvono nell'aria, e dopo un poco mi sembra che anch'io mi dissolvo, resta solo un senso di impotenza, di fallimento». Quante volte negli ultimi anni ho raccolto dai miei colleghi sfoghi di questo genere: professori di lettere, storia, filosofia, arte che si sono ben preparati per la loro lezione e che finiscono a parlare nel vuoto, come radioline lasciate accese in un angolo, e a poco a poco si scaricano, si spengono malinconicamente. Perché accade questo, perché sembrano saltati i ponti e le rive si allontanano sempre di più? A riguardo mi sono fatto un'idea.
Finita, esaurita, muta, forse non proprio morta e sepolta ma di sicuro messa in cantina tra le cose che non servono più: la cultura umanista sembra aver concluso il suo ciclo, ai ragazzi non arriva più niente di tutto quel mondo che ha ospitato e educato generazioni e generazioni, che ha prodotto una visione del mondo complessa eppure sempre animata dalla speranza di poter spiegare tutto nel modo più chiaro, adeguato alla mente dell'uomo, alle sue domande, ai suoi timori. Finito, possiamo mettere una pietra sopra alla filosofia greca, alla potenza e all'atto, alla maieutica e all'iperuranio, alla letteratura latina, alla poesia italiana da Petrarca a Luzi, al pensiero cristiano e a quello rinascimentale, con le loro differenze e le loro vicinanze, ai poemi cavallereschi e agli angeli barocchi, all'idealismo tedesco e al simbolismo francese, a Chaplin e Bergman, Visconti e Fellini: è tutto precipitato giù per le scale buie della cantina, tutto scaraventato alla rinfusa nel deposito degli oggetti perduti. È chiaro che da qualche parte, in un eccellente liceo classico, esiste e resiste un ragazzo che legge Platone, scrive sonetti, suona il violino e studia la pittura di Raffaello, la vita per fortuna si diversifica per avanzare. Ma per la stragrande maggioranza dei ragazzi di oggi tutto il patrimonio culturale del nostro paese non significa più niente. È un universo in bianco e nero, malinconico, pensante e dunque pesante, polveroso come una parrucca. E non serve che gli adulti lo lucidino per farlo apparire più vivo: se brilla lo fa come una bara.
È così, c'è poco da fare, l'oceano del passato non arriva più a lambire la spiaggia del presente. Anche Huckleberry Finn rifiuta la storia di Mosè e della manna nel deserto quando scopre che Mosè è morto da secoli, della gente morta un ragazzo non sa che farsene, dice Huck e forse ha ragione. Ma per la mia generazione, e quella di mio padre, e quella di mio nonno  -  e più indietro non vado  -  il passato non era un tempo che svaniva insieme ai foglietti del calendario. Certi morti non erano mai morti. Fossero gli eroi greci o quelli del Risorgimento o Che Guevara, fosse Mozart o John Coltrane o Luigi Tenco, i grandi continuavano a vivere nell'immaginazione e nella riconoscenza dei ragazzi. Una catena d'acciaio o una ghirlanda di fiori univa il meglio al meglio, la bellezza alla speranza, la forza alla fiducia. Leggevo Dostoevskij e Tolstoj come se fossero dei fratelli maggiori, non li collocavo nel regno cupo dei morti, le loro parole erano vive, non sussurrate da un tempo lontanissimo fino a perdersi nell'incomprensibilità. E i quadri di Bellini e quelli di Morandi entravano a far parte dello stesso museo interiore, ogni giorno una nuova opera si sistemava su una parete vuota: e le pareti erano infinite, come le meraviglie del passato.
Oggi i ragazzi non si voltano più indietro, gli prende subito la tristezza perché alle spalle avvertono solo un cimitero degli elefanti. La vita è adesso, qui e ora, e poi di nuovo qui e ora, e quello che è stato è stato, e tutte le chiacchiere dei vecchi sono fumo nel vento. Il presente si nutre di se stesso, digerisce se stesso e va avanti. L'arte, il pensiero, la letteratura dei secoli andati è lenta, è puro impedimento vitale, ruminamento in epoca di fast food. Naturalmente anche la politica esce con le ossa rotte dalla fabbrica delle nuove produzioni mentali e sentimentali: anche la politica è fumo nel vento. Questa è la stagione del desiderio, dell'onnipotenza tecnologica, dei corpi che vanno più veloci del pensiero, è la stagione del disprezzo verso ogni forma di misura, di armonia, di compostezza classica, di ragionamento lento e articolato. Sillogismi, rime, consonanze, prospettive, equilibri, riflessioni sulla miseria e la grandezza dell'uomo: via, giù tra le macchine da cucire e il cinema muto, tra i libri dei poeti e i fiori secchi. La cesura è netta, un taglio secco, del passato non si recupera quasi nulla, la cultura umanista finirà tutta quanta in una bella mostra a Roma o a Firenze, e ci sarà la fila per ammirare il cadavere mummificato: ma i ragazzi stanno tutti altrove, davanti a qualche schermo acceso, su qualche aereo che vola sul mondo, in un futuro che allegramente, superbamente, se ne frega di ciò che è stato e che non sarà mai più.
Non è detto che questo dichiarato disinteresse per la tradizione sia una pura sciagura. Il mondo cambia di continuo, a volte lentamente, per passaggi quasi impercettibili, a volte in modo brusco, in una sola stagione, in un minuto. I nostri ragazzi leggono altri libri, ascoltano altra musica, amano e odiano in un altro modo, ragionano seguendo strade invisibili, e noi adulti non dobbiamo solo rimproverarli perché non conoscono Cechov o Debussy, Pasolini o Bob Dylan. Dobbiamo invece assolutamente capire dove stanno andando, perché ci salutano senza nemmeno voltarsi, perché non si fidano più della nostra cultura. Oggi loro sentono che la vita è altrove e la memoria non basta a reggere l'urto con le onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui: serve energia, e quella non la trovi più nei cataloghi e nei musei.

mercoledì 31 ottobre 2012

500 anni fa: la Cappella Sistina

POSTATO dal prof d’italiano:

500 anni fa esatti, il 31 ottobre 1512 [quando ancora, fortunatamente, non c’era Halloween: stupidissima festa!] per la prima volta venivano mostrati al pubblico gli affreschi della volta della Cappella Sistina, uno dei monumenti artistici più noti al mondo.


La Cappella Sistina

La volta della Cappella Sistina

Un particolare della volta della Cappella Sistina

Michelangelo Buonarroti e la Cappella Sistina

Michelangelo Buonarroti (nato il 6 marzo 1475 da una famiglia di antica stirpe fiorentina di parte guelfa, il cui declino finanziario era cominciato con il nonno Lionardo) fu a Roma per la prima volta nel 1496. Il suo arrivo nella città pontificia è legato a un episodio curioso: Michelangelo aveva eseguito una piccola statua in marmo (Cupido addormentato) che nella Firenze guidata da Girolamo Savonarola (un frate che aveva imposto alla città un regime di fanatismo religioso, contrario a qualunque ostentazione di ricchezza, contro la quale minacciava apocalittiche punizioni divine) difficilmente poteva essere venduta, dato il soggetto pagano. Così Lorenzo Popolano (un membro del ramo cadetto della famiglia Medici, a cui Michelangelo era legato da molti anni) suggerisce allo scultore l’idea di farla passare per antica e di spedirla a Roma, dove viene acquistata dal cardinale Riario, nipote del papa Sisto IV. Però il cardinale scopre l’inganno e rivuole indietro i soldi che ha sborsato, ma chiede anche di conoscere l’abile artista che aveva fatto la statua; Michelangelo si convince a trasferirsi a Roma.
Nella città del papa Michelangelo rimane fino al 1501, quando ritorna a Firenze, che si era liberata del Savonarola mandandolo al rogo nel 1498. A Roma Michelangelo aveva scolpito la Pietà, opera celeberrima, che segnò per l’artista l’inizio riconosciuto della sua grandezza d’artista.
È proprio la fama della Pietà che spinge nel 1505 il papa Giulio II (della famiglia Della Rovere e nipote del papa Sisto IV, da cui deriva il nome della Cappella Sistina) a richiamare a Roma Michelangelo. Giulio II è un papa guerriero, vuole fare della Chiesa un grande Stato, che fermi l’espandersi di Venezia e cacci fuori dall’Italia gli stranieri che l’avevano invasa; vuole trasformare la città anche dal punto di vista urbanistico e architettonico e per questo chiama alla sua corte i maggiori artisti del tempo, tra cui Michelangelo e Raffaello. A Michelangelo commissiona un grandioso mausoleo, ma il progetto viene accantonato: in compenso l’artista eseguirà la volta della Cappella Sistina, iniziata nel maggio 1508.
I rapporti tra il papa e l’artista sono contrastati: i due giungono infatti più volte alla rottura, il papa nega spesso di ricevere Michelangelo e questi altrettanto spesso fugge da Roma all’improvviso. Eppure con nessuno quanto con il papa Michelangelo si è inteso: entrambi hanno lo stesso carattere orgoglioso e irascibile e, alla fine, dal loro sodalizio nasceranno opere immortali.
La Cappella Sistina (che era stata costruita già sotto il papa Sisto IV) aveva problemi di statica, tanto che già nel 1504 sulla volta erano state inserite delle catene di ferro, il che aveva compromesso la vecchia decorazione a cielo stellato. Giulio II decide di affidare a Michelangelo un nuovo apparato decorativo: la decisione era stata incoraggiata da Bramante, che voleva mettere in difficoltà Michelangelo, fino ad allora dedito soprattutto alla scultura, costringendolo a cimentarsi con la pittura. Per Michelangelo fu una sfida, per la quale l’artista stesso afferma di aver avuto carta bianca. In realtà gli studiosi hanno ipotizzato che l’intervento del pontefice sia stato diretto, al fine di realizzare con la volta della cappella la gloria del papa.
Tutta la volta, infatti, è costruita come una successione di cinque enormi archi trionfali, che rimandano esplicitamente all’Arco di Costantino dipinto più volte negli affreschi sottostanti voluti da Sisto IV. In questo modo il corteo papale che entra nella Cappella Sistina, sfilando sotto gli archi fino ad arrivare all’altare, ripercorre tutta la storia della salvezza: dalle scene della Creazione alle storie di Noè, dal figlio Cam fino ad Abramo e da questi, lungo le quaranta generazioni narrate dall’evangelista Matteo, fino a Giuseppe padre di Gesù, mentre alle pareti le storie di Mosè e di Cristo arrivano fino all’Assunzione di Maria (simbolo della Chiesa trionfante) e alla serie dei pontefici, che arriva idealmente fino allo stesso Giulio II.
Michelangelo termina la volta della Cappella Sistina nel 1512, anno in cui la Repubblica di Firenze cade e, appoggiati dal papa e dagli spagnoli, i Medici possono ritornare in città. All’inizio del 1513 Giulio II muore: gli succede il cardinale Giovanni de’ Medici, col nome di Leone X, che permetterà a Michelangelo di continuare a lavorare a Roma.
Al soglio pontificio saliranno altri papi, prima che a Michelangelo sia commissionato l’affresco del Giudizio Universale sulla parete d’altare della Cappella Sistina. Ma questa è un’altra storia, che vi racconterò nel 2041, sempre il 31 ottobre, quando ricorreranno i 500 anni dalla fine del lavoro.
Per chiudere: Michelangelo morì il 18 febbraio 1564, a ottantanove anni.

Le pitture della volta della Cappella Sistina:
Michelangelo progettò di dipingere nella volta della Cappella storie della Genesi, Profeti e Sibille, Antenati di Cristo e varie altre figure con funzione araldica o allegorica; in questo modo dipingeva un antefatto delle pitture del Quattrocento che si trovano alle pareti (storie di Mosè, di Cristo e la serie dei pontefici).
L’artista realizzò un ponteggio sospeso, agganciato alle pareti, e cominciò i lavori nel maggio 1508, dapprima con alcuni collaboratori fiorentini, poi quasi da solo.

Storie della Genesi

1: Separazione della luce dalle tenebre

2: Creazione delle piante; Creazione degli astri

3: Separazione della terra dalle acque

4: Creazione di Adamo

5: Creazione di Eva

6: Peccato originale e cacciata dal Paradiso

7. Sacrificio di Noè

8: Diluvio Universale

9: Ebbrezza e derisione di Noè


Tra i pilastri della Cappella, sotto il primo cornicione aggettante della volta, si susseguono 5 Sibille e 7 Profeti, i cosiddetti Veggenti:

1: La Sibilla Libica

2: La Sibilla Cumana

3: La Sibilla Delfica

4: La Sibilla Eritrea

5: La Sibilla Persica

6: Il Profeta Giona

7: Il profeta Daniele

8: Il Profeta Isaia

9: Il Profeta Zaccaria

10: Il Profeta Gioele

11: Il Profeta Ezechiele

12: Il Profeta Geremia

Nei pennacchi agli angoli della volta Michelangelo ha dipinto 4 storie legate alla salvazione del popolo di Israele:

1: David e Golia

2: Giuditta e Oloferne

3: La punizione di Amàn

4: Il serpente di bronzo

Michelangelo ha poi dipinto 8 vele e 8 lunette con gli Antenati di Cristo, mentre al di sopra dei Veggenti ci sono uno serie di Ignudi con al centro dei medaglioni di bronzo; infine, al di sopra delle vele sono disposte 12 coppie di ignudi a monocromo bronzeo.
Qui sotto puoi vedere alcuni di questi dipinti.
Gli Antenati di Cristo:

Gli Ignudi:


Su la Repubblica del 30 ottobre 2012 c'era questo articolo.


'Troppi 5 milioni di turisti: numero chiuso alla Sistina'
Di Orazio La Rocca
«Numero chiuso e ingresso contingentato». È lo spettro a cui potrebbe andare incontro tra qualche mese uno dei monumenti più ammirati al mondo, la Cappella Sistina. Sono oltre 5 milioni i visitatori ogni anno. La loro presenza mette a rischio gli affreschi sulla volta e il Giudizio universale di Michelangelo. Ma anche gli altri capolavori. «Se non si interviene subito con l'installazione di un nuovo impianto di climatizzazione - avverte il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci - il rallentamento forzato delle visite sarà la strada obbligata per preservare l'ingente patrimonio artistico». Quello che vi si ammira da circa 500 anni, scrigno di rara bellezza "firmato" da Michelangelo, ma anche da grandi maestri del Rinascimento: dal Botticelli al Perugino, dal Ghirlandaio al Pinturicchio, Cosimo Rosselli, Piero di Cosimo. Fu papa Giulio II a inaugurare gli affreschi della Volta col solenne rito dei Vespri della vigilia della festa di Ognissanti, il 31 ottobre 1512. E domani sera alla stessa ora Benedetto XVI ripeterà quel rito per festeggiare i cinque secoli della Sistina. La giornata di grande festa liturgico-artistica, non farà però dimenticare ai responsabili della Cappella il problema dei danni irreparabili che rischiano gli affreschi. L'allarme del direttore dei Musei Vaticani ne è una prova. «A lungo andare la massiccia presenza di visitatori potrebbe provocare danni a causa di polveri, pressione antropica, anidride carbonica, temperature eccessive, sbalzi climatici, elementi nocivi che ogni visitatore porta con sé e che minano il microclima della Cappella», spiega Paolucci. Cosa fare quindi? «Per evitare di limitare l'accesso con numero chiuso e contingentamento» le autorità vaticane, informa Paolucci, hanno incaricato una ditta specializzata in impiantistica ambientale, la Carrier, di progettare un sistema di climatizzazione per mettere al riparo gli affreschi. Perché a non dare più sufficienti garanzie sono gli impianti attuali, installati vent'anni fa al termine dei restauri diretti da Gianluigi Colalucci. Al quale successe il maestro Maurizio De Luca che curò, in particolare, il ciclo dei Quattrocentisti. I nuovi impianti, secondo Paolucci, «dovranno essere installati entro il prossimo anno, altrimenti occorrerà pensare a soluzioni drastiche che limiterebbero l'accesso, una soluzione complicata e forse difficile da realizzare per un sito come la Sistina che, oltre a essere un tesoro d'arte di prima grandezza, è anche luogo di culto e di celebrazioni presiedute dal Papa, e sede del Conclave per l'elezione del nuovo pontefice». Tre, comunque, saranno gli obiettivi che si dovranno raggiungere: abbattere le polveri, ricambiare costantemente l'aria e stabilizzare la temperatura. Esclusi altri tipi di interventi, come pure nuovi restauri degli affreschi: «Quelli diretti dal maestro Gianluigi Colalucci e conclusi nel 1994 - assicura il direttore - furono impeccabili. I colori originali di Michelangelo sono sempre lì, ammirati dal mondo intero, anche se all'epoca dei lavori ci furono delle polemiche da parte di osservatori che lanciarono strali contro l'intervento. La verità è che vent'anni fa non eravamo abituati a vedere i veri colori del maestro fiorentino; forse su questo aspetto bisognava informare meglio l'opinione pubblica». Potranno emergere nuove sorprese dalla Sistina? Il professore non lo esclude: «La Sistina, e in particolare gli affreschi di Michelangelo sono una prateria aperta a chiunque voglia avventurarsi a visitarla. Anche se a volte vengono fuori delle sciocchezze come i presunti numeri cabalistici nascosti tra le storie o, persino, le letture di natura omosessuale che qualche scrittore fa dei personaggi michelangioleschi. Inutili forzature, anche se in futuro qualche sorpresa non è da escludere che possa venire fuori».

martedì 30 ottobre 2012

Votare o non votare? Questo è il problema!

POSTATO dal prof d’italiano:

L’articolo 48 della Costituzione italiana dice, tra l’altro:
Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
Cosa significa che il voto è un dovere civico? Significa che per chi non va a votare è prevista una annotazione, priva di conseguenze pratiche, sul certificato di buona condotta dell’omessa partecipazione al voto nelle elezioni politiche: ma questo adempimento è, nella prassi, caduto in desuetudine.
Attualmente è in aumento il numero degli italiani che non vanno a votare: nelle elezioni di domenica scorsa in Sicilia addirittura il 53% non è andato a votare. È un bene o un male? A ciascuno la propria risposta. Io trovo molto interessante ciò che ha scritto in proposito Michele Serra su la Repubblica di oggi, 30 ottobre 2012. Vi invito a leggere la sua opinione.

La maggioranza dei siciliani non è andata a votare, ma sarà ugualmente governata. Da un governo di altri, eletto da altri. Se il proposito di chi non vota è tirare una bordata alla politica, depotenziarla, dequalificarla, il risultato è (sempre) l’esatto contrario: nei suoi nuovi confini, più ristretti, la politica può ugualmente sommare i voti che le restano dentro il cerchio magico del cento per cento. Chi è andato a votare, per quanto minoranza, pesa come una totalità. E chi non ha votato, per quanto maggioranza assoluta, pesa meno della più insignificante delle listerelle del nostro comicissimo paese (per fare solo tre nomi Popolo dei Forconi, Piazza Pulita e Sturzo Presidente). Di peggio, nel bilancio di chi non vota, si può aggiungere questo: che grazie all’astensione di massa, per vincere e per governare bastano meno voti, sempre meno voti. Lo stesso numero di voti che non erano sufficienti, pochi anni fa, per arrivare secondi o terzi, oggi bastano per vincere. Ovviamente chi non va a votare ha le sue rispettabili ragioni, e il diritto di non farlo. Ma perde il diritto di lamentarsi per quanto accadrà, e acquisisce il dovere di tacere e subire, perché ha taciuto e subito nel giorno delle elezioni.