postato da Manuel
una canzone di simple plan e sean paul
http://youtu.be/qjHlgrGsLWQ
venerdì 27 luglio 2012
giovedì 26 luglio 2012
mercoledì 25 luglio 2012
Perché non smettiamo di bere Coca-Cola?
POSTATO dal prof d’italiano:
Per questo post (un interessantissimo articolo di la Repubblica del 24 luglio 2012) ho scelto un titolo che attirasse l’attenzione dei miei alunni, ma penso che veramente potremmo tutti boicottare la Coca-Cola (e le bibite gasate in genere) visto che
1° fa male allo stomaco
2° è una multinazionale che si arricchisce enormemente a spese nostre
3° tiene segreta la propria ricetta (perché? Solo per non essere copiata?)
Inoltre, non bevendo Coca-Cola
4° boicotteremo anche il Sudan e il suo presidente assassino
5° eviteremo, forse, di sentire la pubblicità della Coca-Cola che si fa, soprattutto a Natale e che io trovo massimamente detestabile.
Buona lettura… e attendo conforme di avvenuto boicottaggio!
Sudan, la fine della gomma arabica
lattine vuote per Coca-Cola e Pepsi
Di Pietro Veronese
Una pericolosa minaccia alla sopravvivenza del mondo occidentale cova a sud del Sahara. Immaginiamo che la Coca-Cola perda la sua tinta bruna e diventi un liquido trasparente come tanti altri; che il gusto amarognolo non venga più temperato dallo zucchero se non dopo averla energicamente mescolata, perché tutto il dolce è andato a depositarsi sul fondo della bottiglietta o della lattina. Tale sarebbe la catastrofe in agguato dovesse rarefarsi l'approvvigionamento di gomma arabica, benedetta sostanza naturale la quale ha, tra molte altre, la qualità di tenere in sospensione coloranti e dolcificanti nei liquidi per uso alimentare. E di cui la Coca-Cola, la Pepsi e tantissime altre bibite fanno insostituibile uso. La domanda globale di gomma arabica non fa che aumentare. È cresciuta di circa il 40 per cento nell'ultimo decennio del secolo scorso e più o meno altrettanto nel secolo attuale. Ma il suo primo produttore mondiale, il Sudan, è da tempo in difficoltà. Due successive invasioni di cavallette, all'inizio degli anni Duemila, causarono la perdita di migliaia di esemplari di Acacia senegal, l'albero da cui si estrae la gomma arabica; il deterioramento ambientale dovuto al cambiamento climatico mina ulteriormente la sopravvivenza della preziosissima pianta; il conflitto del Darfur ha destabilizzato quasi l'intera regione produttrice. Risultato: la quota sudanese del mercato mondiale è scesa dall' 80 per cento della seconda metà del Novecento all'attuale 50. Si aggiunga il fatto che il governo del Sudan gode di fama disastrosa fuori dai confini. Il suo presidente, Omar al Bashir, è formalmente un ricercato del Tribunale penale internazionale, che lo accusa di genocidio e altri crimini contro l'umanità commessi in Darfur e ne chiede da tempo l'arresto. È minacciato di nuove sanzioni per la feroce aggressione contro i Nuba del Sud Kordofan e le popolazioni del Blue Nile; è in uno stato di guerra intermittente con il Sud Sudan, resosi indipendente un anno fa. Tutto questo ne fa un paria della comunità internazionale e chi è in affari con imprese sudanesi spesso e volentieri fa di tutto perché non si sappia. Per questo nel maggio del 2007 l 'ambasciatore sudanese a Washington, John Ukec Lueth Ukec, tenne una memorabile conferenza stampa circondato da bottigliette di CocaCola, minacciando il blocco delle esportazioni di gomma arabica. Da allora le cose non sono certo migliorate per il Sudan. Altro che «dono di Dio», come l'ad della Gum Arabic Company, monopolista dell'export sudanese, definì la sua merce in un'intervista alla National Public Radio americana. Designata nell'industria alimentare con la sigla E414, la gomma arabica, i cui molteplici benefici sono noti sin dai tempi dei faraoni, viene usata in un'infinita varietà di modi. L'impiego più universalmente diffuso è senz'altro come emulsionante e stabilizzante nelle bibite gassate. Ma la si ritrova anche nel vino, nelle caramelle, nei confetti, negli americanissimi marshmallows e, fuori dai supermercati, in colori e vernici, in svariati prodotti estetici e farmaceutici come creme e pomate, nelle cartine per sigarette o sul retro di etichette e buste come collante. Gli antichi Egizi ci bagnavano le bende con le quali fasciavano le mummie. Gli africani di oggi la usano in medicina, nell'edilizia, per tingere le stoffe. La produzione totale è di circa 60mila tonnellate all'anno. Di queste grosso modo la metà vengono dal Sudan e un altro terzo dal Ciad. La gomma arabica si ricava da un'unica pianta, l' Acacia senegal, come la chiamò il suo primo classificatore, anche se oggi cresce piuttosto nell'interno del continente, nella fascia semiarida subito a sud dello sconfinato deserto settentrionale. Nell'arco di circa cinque mesi, tra fine dicembre e inizio giugno, i raccoglitori ne incidono la corteccia per fare fuoriuscire la linfa che, seccando, assume una forma a grani: quella è la gomma arabica. È una tecnica in apparenza semplice, ma che richiede abilità, cautela e conoscenza, oltreché fatica. La cattiva fama internazionale del governo sudanese precede di molti anni il conflitto del Darfur. All'epoca dell' attentato alle Torri Gemelle, nel 2001, si diffuse negli Stati Uniti una leggenda metropolitana che attribuiva a Osama Bin Laden una partecipazione diretta nella produzione della gomma arabica. La falsa notizia dette vita, ancorché brevemente, a un movimento che chiedeva il boicottaggio dei prodotti contenenti l' E414. Alla fine dovette intervenire addirittura il dipartimento di Stato. È vero, precisò, Osama Bin Laden ha risieduto a lungo in Sudan e investito notevoli capitali nell' agricoltura locale: ma nel 1996 è stato cacciato dal Paese e ha liquidato tutti i suoi possedimenti (con perdite colossali). Il chiarimento non impedì che la Coca-Cola continuasse ad essere assediata da proteste e interrogazioni tanto da ritenere necessaria un'ipocrita smentita: non importiamo nulla direttamente dal Sudan, dichiararono i suoi dirigenti. Basta scorrere Wikipedia, tuttavia, per capire che non c'è alcun bisogno di entrare in rapporti diretti con un esportatore sudanese. La Francia è pressoché monopolista dell'import-export mondiale della gomma arabica; anzi la sua quota globale si è accresciuta nel XXI secolo raggiungendo il 90 per cento del mercato. La Gran Bretagna è ferma al 10. Questo monopolio fu raggiunto dapprima nel XVIII secolo, con un conflitto feroce e prolungato ricordato nei libri come la «Guerra della gomma». La vita complicata dell'ottima gomma arabica è dunque una vecchia storia.
Iceberg
POSTATO dal prof d’italiano:
A chi è interessato alle calotte polari, questo articolo di la Repubblica del 23 luglio 2012.
Groenlandia
Sulla montagna dove nascono gli iceberg
Di Dario Olivero
TASIILAQ (Groenlandia) - "Lo vedi quel promontorio laggiù? Qualche mese fa un iceberg si è spezzato, si è ribaltato e ha travolto un umiak, un kayak che trasporta le famiglie. Sono morti padre, madre, due figli. Si è salvato solo il terzo bambino". Julius ha trentatrè anni, è un meticcio, mezzo danese per parte di occhi e mento, mezzo inuit per parte di barba rada e capelli neri e sottili. Ha quasi fermato il motore della barca per raccontare la tragedia avvenuta poco al largo di Ikateq. Marinaio nei corti mesi estivi, cacciatore di foche tutto l'anno, Julius sa bene, come tutti gli ammassilimiut, gli inuit della costa orientale della Groenlandia, cosa vuol dire convivere con gli iceberg.
Ikateq è un villaggio fantasma sul Sermilik, uno dei fiordi principali che tagliano il sessantaseiesimo parallelo. Gli inuit lo usano come base per la caccia, ora non c'è nessuno: case di legno costruite su basi di cemento, pali, corde e resti di bambole, carriole, trattori, pneumatici, qualche scarpa e tutto quello che gli inuit, in omaggio alla loro mai redenta natura nomade, abbandonano quando non serve più.
Ikateq è un villaggio fantasma sul Sermilik, uno dei fiordi principali che tagliano il sessantaseiesimo parallelo. Gli inuit lo usano come base per la caccia, ora non c'è nessuno: case di legno costruite su basi di cemento, pali, corde e resti di bambole, carriole, trattori, pneumatici, qualche scarpa e tutto quello che gli inuit, in omaggio alla loro mai redenta natura nomade, abbandonano quando non serve più.
Anche la chiesa, la prima edificata in Groenlandia per portare la buona novella a un popolo che forse già la conosceva visto che ancora oggi vanta una percentuale di delitti e criminalità praticamente irrilevante, sembra appena stata abbandonata a metà di una funzione e se non fosse per la croce sul tetto, non si distinguerebbe dalle altre case. Quello che si vede dal villaggio è quello che vede Julius tutti i giorni: un braccio di mare completamente attraversato dagli iceberg. In questo periodo il ghiaccio ha bloccato entrambi gli ingressi del vicino Johan Petersen Fjord, via che porta dritta alla calotta polare.
La fabbrica che alimenta di ghiaccio il mare è composta di tre ghiacciai che gettano come eterni mulini di Amleto, parti di se stessi in mare. I due più grandi hanno il nome delle saghe dell'Edda: Midgar, come il mondo dell'uomo e Helheim, come il mondo degli inferi. Il rumore dei blocchi che si staccano è quello del tuono, il rumore delle guerre dei giganti del nord dai quali hanno origine tutte le cosmogonie vichinghe.
Giganti come l'ultimo nato, l'iceberg staccatosi dal ghiacciaio Petermann il 19 luglio: 120 chilometri quadrati ora in viaggio verso l'oceano. Il Petermann è dall'altra parte della Groenlandia, sul lato canadese ed è tra i più attivi. Due anni fa da lì si staccò un'altra città galleggiante di 250 chilometri quadrati.
Città fantasma che navigano verso sud, indifferenti alle rotte umane, come quella che sta tenendo la barca di Julius che sfreccia accanto ai blocchi bianchi che la luce della sera infinita tra poche ore trasformerà in castelli con torri di guardia, piramidi ribaltate dall'ira di dei scomparsi, anfiteatri vuoti dopo una tragedia, urobori, elmi di giganti abbattuti, leoni che vegliano tombe, orsi che si tengono per mano o qualsiasi altra fantasia che la nostra ombra mentale getterà nel fuoco del sole che ancora per almeno un mese non riuscirà a tramontare.
Città fantasma che navigano verso sud, indifferenti alle rotte umane, come quella che sta tenendo la barca di Julius che sfreccia accanto ai blocchi bianchi che la luce della sera infinita tra poche ore trasformerà in castelli con torri di guardia, piramidi ribaltate dall'ira di dei scomparsi, anfiteatri vuoti dopo una tragedia, urobori, elmi di giganti abbattuti, leoni che vegliano tombe, orsi che si tengono per mano o qualsiasi altra fantasia che la nostra ombra mentale getterà nel fuoco del sole che ancora per almeno un mese non riuscirà a tramontare.
Il rispetto della distanza, il rispetto per i giganti che dormono sull'acqua accomuna tutti gli inuit che in questi giorni accompagnano una cosa che non è una vacanza, anche se Rocco Ravà di Spazi d'avventura questo organizza per vivere, né una spedizione né niente di visto prima.
Forse è come dice Tobias, cinquant'anni, nomade fino a venticinque, il più rispettato cacciatore di Tasiilaq, la capitale (1.600 abitanti) della costa orientale, scegliendo le parole che più si avvicinano al nostro modo di pensare: "Sense of nature", senso della natura. Quella facoltà che a volte gli fa bloccare la barca in mezzo al Sermilik o all'Angmagssalik e gli fa dire prima che tutto accada: "Balena".E la balena poco dopo, come richiamata da un'intesa segreta con il cacciatore, esce dall'acqua. Sense of nature.
La caccia, soprattutto nei brevi mesi estivi di luce continua, è la prima preoccupazione di un inuit. Il ghiaccio che può bloccare la navigazione e mandare in fumo le scorte per l'inverno la seconda, uguale e contraria. E' così a Kulusuk, il paese (300 abitanti) più a sud dove c'è l'aeroporto e dove un branco di narvali, le balene-unicorno, è appena rimasto imprigionato dando vita a una mattanza che sarà ricordata per tutto l'anno. A Tinitequilaq (200), con i cani da slitta di Paulus che procura il salmone per i pochi viaggiatori stremati ospiti nella casa comune dove è possibile farsi una doccia e fare un bucato, legati alle catene a ingrassare e risparmiare l'energia necessaria per il lavoro che li attende tra pochi mesi.
A Sermiligaq, con le pelli di foca appese fuori dalle case a essiccare nel fiordo che porta a uno dei più grandi spettacoli del mondo, il Knud Rasmussen Gletcher, il ghiacciaio che si abbatte in mare con un fronte di tre chilometri e che segna il confine tra dove l'uomo può e non può andare. Fin qui un secolo fa arrivò Rasmussen, il primo grande esploratore, mezzo inuit e mezzo danese proprio come Julius. A chiudere il cerchio artico, a cercare quello che mancava per collegare il mare dell'est con l'ultima Thule dell'ovest. Qui, dove il rumore del tuono è quasi continuo, le onde che alzano i blocchi caduti fanno ballare le barche degli inuit e la fabbrica degli iceberg non si ferma mai.
domenica 15 luglio 2012
venerdì 13 luglio 2012
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