giovedì 19 aprile 2012

everything about you - One direction

POSTATO DA Sofia e Benedetta

Straordinariamente Benedetta mi ha concesso di caricare questo video :)

http://youtu.be/kqsW2IRfwnk

sabato 7 aprile 2012

Videogame sovietici

POSTATO dal prof d’italiano:

Non ci avevo mai pensato! Anche in USSR si divertivano con le sale giochi e i videogame! L’articolo è apparso su la Repubblica il 2 aprile 2012.
Unione Sovietica
Caccia agli aerei Nato e hockey
i videogiochi dell' era comunista
Di Jaime D’Alessandro
Abbattere caccia della Nato e vincere il campionato mondiale di hockey vestendo il rosso scarlatto dell' Unione Sovietica. Benvenuti nel Museo delle Macchine da Sala Giochi Sovietiche, aperto nella periferia nord est di Mosca, in una ex fabbrica. Trecentocinquanta metri quadrati zeppi di "arcade" (i videogiochi fatti per le sale giochi) prodotti fra i tardi anni Settanta e il 1991, dal tramonto dell' era brezneviana e l'ascesa di Jurij Andropov, alla dissoluzione dell'Urss. Storia poco nota, figlia minore di processi macroscopici che quasi per un accidente diedero vita ai primi videogame comunisti. Modelli che oggi sembrano un po' rozzi, fatti su imitazione del calcio balilla o di una partita di basket, traduzioni elettroniche dei giochi da fiera con il fucile e delle simulazioni di guerra. « Morskoi Boi, battaglia navale, venne costruito nel 1981 da un'azienda che produceva i sistemi di guida dei missili dalla marina», spiega Alexandr Stakhanov, curatore ventinovenne del museo, che si è fatto ritrarre a fianco del grosso cabinato rosso e verde con periscopio da sommergibile. «Al tempo l'industria bellica aveva un sacco di tempo libero e di risorse disponibili in seguito al processo di distensione. E per mantenersi occupate alcune fabbriche cominciarono a progettare queste macchine». Poco dopo, siamo nel 1985, Aleksej Pajitnov dell'Accademia delle Scienze dell'Urss, avrebbe messo a punto Tetris, il più famoso fra i videogame russi. Proprio quando Michail Gorbaciov prendeva la guida del partito comunista sovietico e mentre il mondo dei videogame stava esplodendo. L'anno di Gorbaciov al Cremlino è lo stesso della pubblicazione di Super Mario Bros per console Nintendo, veduto in 40 milioni di copie. E mentre Morskoi Boi usciva dalla fabbrica, nelle sale giochi giapponesi e americane erano già passati Space Invaders, Pacman, Donkey Kong. E nei negozi l'Atari 2600, il Commodore 64, il Famicom, mentre al cinema era uscito War Games con Matthew Broderick che, nel ruolo di un hacker adolescente, prima rischiava di scatenare la guerra nucleare con i Russi proprio con un gioco elettronico, poi riusciva a far ragionare il super computer della difesa americana. "L'unica mossa vincente è non giocare", scriveva il cervellone bloccando all'ultimo il lancio delle testate verso l'Urss. E invece in Russia hanno giocato eccome, ma per nostra fortuna solo ai videogame dove comunque crivellavano di colpi le forze occidentali. «Erano l'unica cosa con la quale i ragazzi si potevano divertire», ricorda Dmitry Glukhovsky, scrittore russo noto per Metro 2033, romanzo open source pubblicato online e scaricato da due milioni di persone. «Non sapevamo nulla della Nintendo, né della Atari. C'erano solo gli arcade sovietici. Chiunque abbia più di trent' anni ci ha passato ore e ore davanti». La collezione del museo sembra il riflesso sbiadito di quel che oltrecortina s'era visto almeno dieci anni prima. Morskoi Boi è similissimo a Sea Raider della Midway apparso nel 1969, Gorodki dell' 89 assomiglia invece al Pong del ' 72, Magistral del 1990 a decine di giochi di guida cominciando da Pole Position dell' ‘82. Qualcuno, fra i progettisti, il nostro mondo dei videogame doveva conoscerlo bene decidendo di farne cosa comunista e diffondendoli negli anni Ottanta come divertimento di massa. Ora sono diventati fenomeno di culto, così come è accaduto qui con Space Invaders e i suoi fratelli. Primo segno di un tratto comune, il consumo sfrenato di tecnologia, nato in due culture all'epoca separate.

"Gorodki", una specie di tennis virtuale
 
"Morskoi Boi", gioco di sommergibili
"Magistral", gioco di guida
"Autorally", gioco di simulazione di corse fuoristrada


martedì 3 aprile 2012

I Tuareg o la crisi nel Sahel (seconda parte)

POSTATO dal prof d’italiano:

Continua la storia dei ribelli tuareg; l’articolo è stato pubblicato da la Repubblica il 2 aprile 2012.



Timbuktu I Tuareg riconquistano la loro Regina
Di Stefano Malatesta
TIMBUKTU la "misterieuse", come veniva chiamata anche in tempi recenti, quando non c'era nessun mistero e la città era ben conosciuta, è stata sempre negli ultimi due o tre secoli, un mito che si rivelava fasullo ogni volta che un viaggiatore europeo vi metteva piede. Il suo periodo di splendore risaliva a molti secoli prima, quando faceva parte dell'impero Songhay: una città di ventimila abitanti, tutti dediti al commercio, che sfruttavano la sua posizione strategica, a cavallo tra due immense aree africane completamente diverse: quella acquitrinosa del fiume Niger e dei pescatori animisti Bozo, un fiume che si può risalire anche d'estate con le "pinase", le barche locali, anche quando pesca meno di un metro. E quella desertica del Sahara, dove non esistono fiumi se non, nella forma di letti sabbiosi: una maledetta "uadi" dopo l'altra, come dicevano nel secolo scorso gli inglesi che l'avevano attraversato, quando ancora non era nata la moda della wilderness, e il deserto era ancora giudicato come un "abominio di desolazione" e le turiste che trovavano quei luoghi "divini" erano ancora di là da venire. Da Timbuktu - conquistata ieri dai ribelli del Mali - partivano tradizionalmente le carovane dirette alle cave di sale di Taoudeni, al centro del Sahara, un minerale indispensabile per tutti i paesi tropicali e subtropicali, dove la sudorazione eccessiva portava a degli scompensi fisici che potevano essere regolati solo con il sale. Le carovane provenienti da sud trasportavano schiavi, penne di struzzo, avorio, ma soprattutto l'oro del Ghana, e riportavano indietro i preziosi blocchi di salgemma. Quasi tutte le monete dell'epoca romana, compreso l'aureo erano coniate con l'oro del Ghana e della Costa d'Oro. E i luoghi d'origine e di partenza del prezioso metallo, sollecitavano la fantasia degli europei, che immaginavano Timbuktu come più tardi i conquistatori spagnoli si immaginarono l' Eldorado: case con i tetti d' oro e strade lastricate da pepite. Quando René Caillié, il primo viaggiatore europeo ad attraversare il Sahara arrivò alla città misteriosa, nel 1828, trovò che quella che si era trovato davanti non rispondeva alle sue aspettative: «Mi ero fatto della grandezza e della ricchezza di Timbuktu tutta un'altra idea. Vedevo solo un ammasso di case in terra mal costruite, dove regnava una tristezza e un silenzio innaturali, in cui non si sentiva neppure il canto di un uccello». Il mercato era modesto, c'erano solo tre negozi che vendevano merci europee come ambra, corallo zolfo, carta e stoffe. Non si vedeva nessun nobile palazzo sahariano emergere dalla sabbia e dal fango, come la moschea di Djenné. I monili d'oro erano limitati a piccole collane portate dai Tuareg, e bracciali più pesanti portati dalle mogli dei commercianti mori. Dell'università coranica, famosa durante il medioevo, non c'era traccia, e i libri che si trovavano nella libreria più grande della città, erano trascrizioni di sura del Corano, sempre le stesse». La popolazione della città era di tipo misto e i Tuareg costituivano il gruppo etnico più numeroso. Il potere era teoricamente nelle mani dei marocchini, che però stavano sotto l'incubo e le continue razzie dei Tuareg. Questi nomadi razziatori per istinto e tagliagole nati, erano nomadi ma diventavano stanziali per qualche mese all'anno accampandosi alle porte di Timbuktu. E a cavallo di magnifici destrieri arabi, e roteando le loro spade affilate, con i pugnali e una fascia stretta alla vita, entravano città con aria truce, chiedendo a tutti quelli che incontravano i "regali" promessi. Era una domanda che non si poteva rifiutare- Caillié ci ha dato la prima descrizione completa dei Tuareg. Come tutti i musulmani avevano più mogli, ma le favorite erano sempre degli esemplari femminili che avevano superato l'obesità e che diventavano, così grasse, un' attrazione fatale e irresistibile per questi corridori del deserto, abituati ad una vita dura. I Tuareg erano in genere ricchi, allevavano montoni e pecore, frutto di razzie, portavano sempre una benda davanti al viso, che dava loro un aspetto misterioso e temibile, si facevano servire da una moltitudine di schiavi, catturati come la merce durante gli attacchi alle carovane. Nel deserto erano imbattibili, conoscevano palmo a palmo tutto il Sahara e viaggiavano di notte per orizzontarsi con le stelle. Avevano una resistenza incredibile, non perdevano mai la rotta, a differenza degli arabi o degli africani, e sapevano datare con sicurezza l'età della dune, basandosi sulle sfumature di colore che nel deserto andavano dal marrone, al giallo, al rosa. Con il passare del tempo Timbuktu andò perdendo quella qualifica semiufficiale di capitale dei Tuareg. Le tribù più irrequiete ora si trovavano più a nord, nella zona di Tamanrasset e dell'Hoggar, chiamata Bled el Kouf, il paese della paura, dove la colonna Flatters, mandata in ricognizione per un piano demenziale come la ferrovia transahariana, che doveva attraversare il deserto da Algeri a Dakar, venne sterminata da un gruppo di Tuareg. E anche la rivolta nel novecento guidata dal "sultano" Tegamà, che venne poi fatto strangolare in prigione dai francesi, aveva come teatro i dintorni di Agades. Alcuni Tuareg erano diventati guide militari. Cino Boccazzi, un indimenticabile scrittore di storie del deserto, era diventato amico di un Tuareg che aveva condotto un distaccamento dei soldati gaullisti, guidati al generale Leclec, nome di battaglia di De Lattre de Tassigny, dal Chad fino al Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale. Anni prima il più grande viaggiatore transahariano del secolo, Theodore Monod, era arrivato a Timbuktu per la prima volta come prima tappa per un viaggio nel deserto che sarebbe durato sei mesi. A Timbuktu aveva trovato una carovana di tremila cammelli che stava per partire verso il nord. Monod decise allora di partire insieme con la carovana e andò a comprare tutto quello che serviva per il viaggio: grano, riso, arachidi, caffè, miele, burro fuso e un sacco di tè verde. I Tuareg non partivano più per le razzie dopo aver bevuto all'alba, al riparo dietro una duna, quel the verde concentrato e distillato nelle teiere numerose volte. Ma quella era rimasta la loro bevanda preferita e Monod voleva bere con loro, davanti a un fuoco di sterpi quel the bollente, circondato dal deserto che amava.



lunedì 2 aprile 2012

La crisi nel Sahel (prima parte)

POSTATO dal prof d’italiano:

Cari ragazzi, lo so che siete in Seconda e state studiando l’Europa, però – poiché il mondo è assai più grande dell’Europa – penso che sia il momento di allargare l’orizzonte e di cominciare a guardare oltre i confini europei; anche perché nel mondo succedono tante cose.
Così, per esempio, ieri (1 aprile 2012) la Repubblica ha pubblicato un articolo molto interessante su ciò che sta succedendo nel Mali. Se la notizia non dovesse proprio interessarvi (ma non credo), almeno approfittate dell’occasione per imparare dov’è il Mali. Tra l’altro, la storia continua con un altro articolo pubblicato oggi, che posterò domani, cioè quando sarà in internet.
Buona lettura.
La guerra dei Tuareg incendia il deserto
Verso Timbuktu con l' aiuto di Al Qaeda
Di Pietro Veronese



LA GUERRA del deserto è una guerra di movimento, dove chi si ferma è perduto. Nessuno lo sa meglio dei Tuareg, che il deserto lo abitano da millenni. E la battaglia che ieri ha investito Gao, 80 mila abitanti, la maggiore città del nord del Mali, è stata una perfetta illustrazione di questo principio. Gao si estende nella sabbia sulla sponda orientale del Niger, lì dove il grande fiume, come fosse esausto e respinto dall'immensità del deserto a settentrione, piega in una gigantesca ansa verso sud e prende la direzione che lo porterà a morire, avvelenato dal petrolio, nel Golfo di Guinea. Proprio per questa sua natura di avamposto, di ultima città degna del nome, oltre la quale c'è solo l'immensità rovente del nulla, Gao ospita una nutrita guarnigione governativa, acquartierata in due grandi campi militari. E' stato contro queste piazzeforti che sono andate a infrangersi le colonne motorizzate dei ribelli Tuareg, decine di gipponi 4x4 con la mitragliatrice pesante piazzata sul pianale, che si lanciano attraverso il deserto lasciandosi dietro un'alta nuvola di polvere. Sono penetrate facilmente nell'abitato, hanno scorrazzato per le strade di terra, con la gente che scappava a chiudersi in casa, hanno sparato e compiuto caroselli, hanno fatto sventolare la bandiera della repubblica sognata, l' Azawad, nella quale ai colori ricorrenti di tante bandiere in terra d' Islam - il verde, il rosso, il nero - si aggiunge il giallo del deserto. Hanno gridato "Allah è grande" e stando ad alcune testimonianze hanno devastato due bar che vendevano birra, confermando in apparenza l'informazione secondo la quale insieme ai Tuareg, o nel loro mezzo, combattono miliziani islamici (il capo della rivolta del 1990-95, Iyad Ag Ghali, guida oggi un movimento legato alla maggiore organizzazione islamista della regione, "Al Qaeda nel Maghreb islamico"). Ma le piazzeforti governative hanno resistito, e chiunque tentasse di avvicinarsi al loro perimetro è stato investito da un fortissimo fuoco di sbarramento. Poi, da quello che hanno riferito per telefono i testimoni, due elicotteri da combattimento si sono alzati in volo. I ribelli avevano stabilito il comando in una grande stazione di servizio alle porte della città e gli elicotteri l' hanno bersagliata con i razzi. A quel punto è venuto l'ordine della ritirata. Gao non è stata presa, anche se la battaglia ha messo in evidenza il suo isolamento; ma il giorno prima, venerdì, era caduta nelle mani dei ribelli Kidal, a nord-est di Gao e più vicina ai confini algerino e nigerino. I capi della rivolta lo avevano del resto annunciato all'indomani del colpo di Stato militare di dieci giorni fa: approfitteremo del caos a Bamako, la capitale, avevano dichiarato, per accelerare la nostra avanzata verso sud. E così hanno fatto. Il loro prossimo obiettivo è Timbuktu. La giunta militare che il 21 scorso ha deposto il presidente Touré, accampando a motivo proprio lo scarso sostegno governativo alle operazioni militari contro la ribellione Tuareg, appare impotente non meno di lui. I suoi capi, impegnati ieri a Ouagadougou in colloqui con il mediatore regionale, il presidente Burkinabe Compaoré, sembrano quasi avere fretta di restituire il potere di cui si sono sventatamente impadroniti. I Paesi circonvicini, riuniti nell' alleanza regionale Ecowas, promettono di mettere a disposizione una forza di pace di duemila soldati, sulla cui efficienza, però, c' è da fare poco affidamento. Per il momento, la rivolta del "Movimento nazionale di liberazione dell' Azawad" sembra avere campo libero. In meno di tre mesi ha già fatto sfracelli. È esplosa in gennaio e tutti gli esperti ne individuano la causa scatenante nelle guerra civile libica e nel crollo del regime gheddafiano. Migliaia di Tuareg maliani si erano rifugiati in Libia alla fine degli anni 90, dopo l' esaurirsi della loro ultima rivolta. Gheddafi aveva offerto loro protezione e se ne era assicurato in cambio la lealtà. Nella guerra civile hanno combattuto per lui e hanno perso. Armi in pugno hanno perciò abbandonato a Libia e attraverso il deserto algerino e nigerino, lungo le rotte che conoscono da secoli, sono tornati a sud, al di qua di quei confini che odiano e che, nomadi e alteri come sono, hanno sempre faticato a riconoscere. Fin dai primi assalti hanno avuto maggior fortuna delle disorganizzate e sparse unità governative; ma l'effetto principale dei loro successi militari è stato un fiume di profughi che le organizzazioni umanitarie calcolano in circa 200 mila persone, riversatesi nel sud algerino, nell' ovest nigerino ed anche in Mauritania. Bocche da sfamare proprio nel momento in cui i Paesi del Sahel hanno lanciato un appello al mondo: una grande carestia sta per abbattersi su questa parte dell' Africa. Fame, guerra, fondamentalismo islamico: tale è la miscela esplosiva di cui la rivolta dei Tuareg è la miccia.